Hello boy, I’m sorry for your death

Milano, 13 agosto.

Ospedale Santa Pazienza.

Turno di notte.

Sono ancora qui.

Dal mio punto d’osservazione posso vedere solo una minima parte del corridoio che porta all’astanteria. Figure più o meno tristi mi sfrecciano davanti per raggiungere il posto in cui i loro problemi troveranno una soluzione. O almeno, questo è quello che credono. In verità si ritroveranno davanti uno specialista dalla erre moscia che cercherà su Google le risposte ai loro acciacchi. I più fortunati, invece, avranno l’onore di farsi curare da Merlino, il medico che porta sulle spalle trent’anni di dura professione e che come unico scopo nella vita ha quello di raggiungere la pensione.

Mi chiamo Alberto, di professione faccio l’infermiere e queste sono le mie memorie.

Premo invio e, dalla porta accanto alla mia scrivania, arriva il rumore di due vibrazioni ravvicinate, inequivocabile segnale che Angela ha ricevuto il mio messaggio.

Passano pochi secondi e la voce della mia collega riempie la stanza.

«Albé, si proprio nu strunz!» ride e, come diceva sempre mia madre: “Donna che ride, mutanda che cade”.

«Quindi stanotte si tromba?» le chiedo scegliendo attentamente le parole. Devo fargli sentire tutto il mio appeal lumbard!

«Manco se mi cavano gli occhi!» ride ancora.

Buon segno. So di essere sulla strada giusta, se un donna dice no in realtà vuole dire sì e questo è il suo centesimo no ad altrettante richieste d’amplesso. Ormai sono sicuro che ci stia, manca solo l’occasione giusta.

«Uè ninetta, stanotte sembra tranquilla, che ne dici se ci vediamo nella farmacia?»

«Lassame sta, tengo altri pensieri per la testa.»

Il suo accento napoletano mi fa accapponare la pelle, soprattutto ora che una parete ci separa e non posso fissarle le poppe mentre parla, ma il solo pensare alla scollatura della divisa mi passa il razzismo e sento Achille premere contro i pantaloni.

«Guarda che non è sempre natale. Io sono un treno che passa una volta sola…»

«E io non tengo il biglietto! Mo fammi lavorare.» Sento il rumore del pulsante del suo mouse, l’unico numero presente sul mio monitor si evidenzia e una voce metallica nella sala d’attesa scandisce un codice.

«Anzi, mo fa na cosa: sono le tre di mattina, cercati un branda e vai a dormire che alle quattro e mezza ho un appuntamento con Salvo e vorrei starmene un po’ tranquilla. Mi copri tu?» Il suo mezzobusto compare dallo stipite. Le zinne oscillano per la frenata brusca. Per un attimo temo possano sganciarsi dal reggiseno e finirmi in faccia. Sorrido inebetito e annuisco.

Lei strizza un occhi «Si n’angelo!» dice e sparisce nuovamente nella sua saletta sbattendo la porta che ci separa.

Quando le tempie smettono di pulsarmi e il battito cardiaco torna regolare, cerco di tradurre quello che mi ha detto. Giungo alla conclusione di aver frainteso: Salvo è un troglodita Palermitano. Passa buona parte della sua esistenza tra la palestra e il solarium con l’unico risultato papabile quello di avere divise sempre troppo attillate sui bicipiti e denti troppo chiari rispetto alla pelle abbronzata.

Abbasso lo sguardo sul cotone verde tirato sul mio addome, che sfiora la scrivania. Lo sanno tutti e lo ripeteva sempre anche mia madre: “Omo de panza, omo de sostanza”. Lei che era rimasta vedova a quarant’anni – mio padre l’ha stroncato un infarto precoce – e che a sua volta aveva ceduto troppo presto alle avance della mietitrice di morte camuffata da cannolo alla siciliana che l’aveva soffocata.

Sbuffo e mi passo le mani tra i capelli leggermente umidi. Lo sguardo mi cade prima sulla ciocca di peli arruffati che sbucano dalla manica corta della divisa e poi sul monitor su cui è comparso un altro codice. Sposto il puntatore del mouse, lo seleziono e poi digito sul tasto “CHIAMA”.

La voce metallica dice una lettera seguita da tre numeri.

«Faccio questo e poi vado in pausa» urlo, nella speranza che la mia voce possa superare la porta chiusa.

Mentre cerco di tradurre le ultime parole di Angela, sono certo che volesse dirmi qualcosa con quel “Ho un appuntamento con Salvo e vorrei starmene un po’ tranquilla” ma non riesco a capire cosa, delle ciabatte strisciano sul pavimento di linoleum.

Guardo l’ora: sono le tre e un quarto, è il momento ideale per uno pschiatrico qualsiasi che non riesce a dormire per il troppo caldo.

Non faccio nemmeno in tempo a formulare il pensiero che un anziano, capelli e barba bianchi troppo lunghi e arruffati, compare sulla soglia. Ha in mano il bigliettino con il codice appena chiamato, che gli ha dato la macchinetta nella sala d’attesa.

«T2?» chiede, reggendosi con la mano ossuta allo stipite.

«Sì, triage due» confermo.

Dal poco che sono riuscito a sentire, almeno non sembra un terrone e neppure un extracomunitario. Il suo è più un accento toscano. Per il resto penso di esserci andato vicino. Ai piedi ha dei sandali lisi da cui sbucano delle unghie lunghe e indossa un drappo rosso che gli ricade dalla spalla destra.

«Gentilissimo» dice, avanzando.

Accenno ad alzarmi e indico la sedia davanti alla mia scrivania.

«Si accomodi pure!»

Si siede, poggia il braccio sul lettino che uso per fare gli elettrocardiogramma e inizio a fiutare l’aria. Dovrei sentire il tanfo dolciastro dell’alcool e invece le mie narici vengono assalite dall’odore del ferro arrugginito.

«Posso avere un documento?» chiedo, stendendo la mano sinistra sotto il suo naso e cliccando sul tasto “Anagrafica” con l’altra.

«Purtroppo non l’ho con me.» Sorride e mette in mostra una sfilza infinita di rughe che rendono la sua faccia simile a quella di un elefante.

«Poco male, è mai stato qui?»

«Circa vent’anni fa…» dice, guardandosi attorno.

«Allora proviamo a cercarla nell’anagrafica. Nome?»

«Leonardo.»

«Cognome?»

«Da Vinci.»

«Tutto attaccato?» chiedo automaticamente. Nella mia testa torna nitida l’immagine delle tette di Angela che oscillano a poche spanne dalla mia faccia e sorrido ancora.

«No, staccato.»

«Data di nascita?» Mentre digito penso che potrei finire di triagiare questo catramone per poi ripartire all’assalto. Anche se l’appuntamento fosse vero, avrei più d’un ora per farle cambiare idea. E poi, meglio guardare la scollatura di lei che la faccia di questo qui.

«Quindici aprile, millequattrocentocinquantadue.»

Finisco di scrivere sotto dettatura e clicco sulla lente d’ingrandimento. Il terminale inizia a cercare l’anagrafica per compilare i campi mancanti e io mi convinco che la scelta migliore sia quella di continuare a provarci con Angela. In fondo: “Il no di una donna è un sì” e mai ci fu no più sì di questo nella storia.

Sullo schermo compare la maschera d’errore.

«Da Vinci Leonardo» rileggo quello che ho scritto «lei è sicuro di essere nato il quindici aprile millequattro…» Mi blocco e correggo quel quattro con un nove. Va bene che sembra vecchio, ma cinquecento anni sono troppi anche per lui.

Premo nuovamente sulla lente e pochi istanti dopo torna l’errore.

«Non è nei terminali. Devo inserire i dati a mano.»

«Luogo di nascita?»

«Anchiano.»

«Computer di merda!» impreco e mi trattengo per non tirare un pugno alla scrivania. La clessidra frulla e rimane in ricerca, potrebbe impiegarci ore.

Torno a guardare Leonardo Da Vinci e una bestemmia mi muore tra i denti, detesto quando faccio la figura del pirla.

«Immagino che Anchiano sia vicino a Vinci…» La macchina continua a frullare e mi rendo conto che il mio cervello non è da meno.

«Esatto, vicino a Firenze.»

«Quindi anche la data di nascita è esatta?» Corrugo la fronte e inarco il sopracciglio destro. Ho già visto quel volto sui libri di scuola.

«Quindici aprile millequattrocentocinquantadue.»

La naturalezza con cui lo dice è commovente, dev’essere convinto di essere lui.

«Data di morte?» chiedo mentre il computer non vuole saperne di sbloccarsi. Tanto vale giocare un po’ con il prossimo paziente della psichiatria.

Lui distende le labbra in un sorriso enigmatico. «Che domanda, come vede sono ancora vivo…»

«Già, stupido io ad averglielo chiesto.» Mi lascio andare a una risata genuina. «Di grazia, cosa la conduce in questo nosocomio?»

«La curiosità. Sono un vecchio appassionato di anatomia e volevo vedere che progressi ha compiuto la scienza.»

«Allora è nel posto sbagliato, a Milano ci sono decine di ospedali privati in cui avrebbe potuto ammirare macchinari ultra tecnologici. Sa, noi statali. Dobbiamo accontentarci…»

«Non è cambiato molto da’ mi’ tempi. In quell’epoca si doveva affidarci a magnati disposti a finanziare le nostre ricerche e spesso erano dei veri criminali. Qui a Milano ho lavorato nella corte di Ludovico e non è stato facile.»

«Allora è cambiato veramente poco…» Strizzo l’occhio, in un gesto d’intesa, e torno a guardare il computer che finalmente si è sbloccato. Riporto il puntatore del mouse sulla dicitura del nome.

«Riproviamoci: nome e cognome?»

«Leonardo di ser Piero Da Vinci, meglio conosciuto come Leonardo Da Vinci.»

Sbuffo e scuoto la testa, non ne uscirò vivo.

«Mi toccherà registrala come “Anonimo”.»

«Non si preoccupi, può anche non farlo. Non ho bisogno di essere visitato.»

«Eh già, lei è qui per le nuove tecnologie.»

«Non solo, il mio interesse è rivolto anche a voi operatori, mi piace la libertà con cui potete agire. A’ mi’ tempi mi toccava nascondermi per sezionare i corpi. La Chiesa ci opprimeva e l’era rischioso parlare di scienza.»

«Anche in questo non sembrano passati cinque secoli. Tra poco verranno in “Pronto” con le torce e i forconi per bruciare i medici eretici che provano a vaccinarli…»

Mi lancio all’indietro, contro lo schienale della sedia e lascio che la testa ciondoli nel vuoto. Il dilemma è se mandarlo a quel paese e andare a dormire, registrarlo come anonimo e chiamare lo psichiatra di guardia o continuare a chiacchierare aspettando che Angela vada in “pausa”. La prima sarebbe la soluzione meno professionale ma più veloce. Torno a fissare il genio rinascimentale che ora sta schiacciando dei tasti del monitor multiparametrale. Sembra felice come un bambino in un negozio di caramelle o come me in un sexy shop. Prende il sensore del saturimetro e gioca con la luce rossa.

Mi tiro su, poggio i gomiti sulla scrivania e inclino la testa.

«Facciamo finta che tu sia veramente Leonardo Da Vinci» decido di divertirmi con lui «Cos’hai fatto in tutti questi anni?»

Infila l’indice nella pinzetta di plastica che stava maneggiando.

«Non è semplice da spiegare. Diciamo che ho vagato pe’ ‘l mondo e ho incontrato tanta gente interessante. Di recente mi sono dedicato alla musica. Cosa sono codeste cifre?» chiede indicando i numeri sul monitor.

«Quello in percentuale indica la saturazione del sangue, l’altro la frequenza cardiaca.»

«Saturazione?»

Porto la mano al mento e lo massaggio. «Facciamo così: una risposta a testa. Ci stai?» Tanto non ho sonno e nella mia mente si fa largo l’idea che Angela tromberà veramente con Salvo.

Lui si afferra la lunga barba, ci infila le dita e la friziona.

«Ci sto, ma attento alle domande che tu mi farai.»

«Perché?»

«Ci sono risposte che meritano riservatezza.»

«Sarò una tomba» rispondo, sicuro.

«Ne sono certo…»

«Bene, tocca a me. Come fai a essere ancora vivo?»

Solleva lo sguardo e fissa il vuoto.

«Sei uno scienziato, quindi proverò a spiegartelo bene.»

«No dai, fai finta che io non ne capisca molto di scienza.»

Definirmi scienziato è un abominio che farebbe rabbrividire il vero Leonardo, ma tanto ho davanti un pazzo e vale tutto.

«Ho iniziato a studiare il corpo umano perché ero emofiliaco, l’ho scoperto quando è morta mia madre. Dovevo trovare un soluzione, ho sezionato centinaia di corpi e alla fine ho iniziato a sperimentare su di me. Dopo alcuni tentativi è successo qualcosa. Le mi’ ferite si rimarginavano grazie al sangue degli altri. La cosa stupefacente, che intuii solo anni dopo, era che così facendo il mio intero corpo si rigenerava, eppure ogni volta sentivo che stavo perdendo la mia umanità.»

Continuo a lisciarmi il mento mentre sul suo viso si è poggiato un velo di tristezza.

«Dimmi, dove tenete il sangue?»

La sua domanda è una doccia fredda, un cambio repentino che non mi aspettavo. Il vecchio pacifico, con qualche rotella fuori posto, inizia a farmi paura. I suoi occhi mi inquietano. Ha lo sguardo presente, si vede che guarda il mondo con consapevolezza. Sa dove si trova, cosa non comune al giorno d’oggi.

«Nel trasfusionale» rispondo, sollevando le spalle.

«Dove?»

Apro la bocca per dirglielo, ma mi blocco. «E no, ora tocca a me.»

La gola mi si stringe, lui mi scruta e annuisce, ma ha perso i modi gioviali di pochi minuti prima.

«Perché sei qui?»

«Per il vostro sangue.»

Quel “Vostro” ha un che di minaccioso, quasi non si riferisse a quello dei donatori, chiuso nei frigoriferi.

«Quindi, dov’è il trasfusionale?»

Le sue iridi sono scure, quasi nere. Eppure quando era entrato mi erano sembrate verdi. Ha le orbite scavate, il collo proteso in avanti e sembra fiutare l’aria.

«Cosa c’è?» chiedo. Mi alzo, istintivamente faccio due passi indietro e mi ritrovo vicino alla porta dell’ambulatorio di Angela. Dall’altra arte arrivano dei rumori sordi e dei mugugni.

«Torna a sederti!» ordina lui con voce perentoria.

«Angela…» dico. C’è qualcosa che non va.

Stringo la manopola della porta, la giro e mi ritrovo nel triage della mia collega ma, prima di poter capire qualcosa, sono a terra. La faccia schiacciata sul linoleum azzurro, un liquido che mi si appiccica sulle guance e l’intenso odore di sangue.

Gli occhi di Angela sono rivolti verso di me, privi di espressione. L’azzurro delle iridi è sparito sotto le pupille dilatate. Ha lo sguardo dei morti.

Qualcuno mi afferra per il colletto della divisa e mi solleva da terra. Sono privo di peso e i piedi annaspano nell’aria. Guardo il mio aggressore e ritrovo lo sguardo del vecchio. Mi tiene sospeso a venti centimetri da terra, eppure non sembra per nulla affaticato. Dietro di lui, tre uomini sorridono. Uno di questi ha la bocca sporca di sangue, dev’essere lui a essersi ciucciato Angela. Un po’ come avrei voluto fare io, ma in maniera diversa.

Il bastardo sembra aver intuito il mio pensiero. Mi sorride e si passa la lingua sul canino di destra, troppo lungo e appuntito per lasciare dubbi.

«Altro che Leonardo Da Vinci e l’emofilia» bofonchio «voi siete dei cazzo di vampiri!»

Il vecchio sorride. Cosa ci vedranno di così divertente sti qua?

«Una cosa non esclude l’altra. Per esempio, lui è Jim Morrison.»

Il ciuccia-Angela fa un passo in avanti. Indossa dei pantaloni in pelle, è a petto nudo e ha i capelli arruffati. A occhio e croce non avrà nemmeno trent’anni.

«Light my fire» dice oscillando la testa.

«Mi prende per il culo?» chiedo. Sentire la morte così vicina mi rende spavaldo, un po’ come quando arrivavo impreparato agli esami in università e sparavo cazzate.

«Leo, we have recovered our man!»

Un omone corpulento, dal ciuffo prominente e la giacca in strass, irrompe nella stanza. Mi osserva, solleva la mano, me la punta contro come fosse una pistola e strizza l’occhio. Il tutto accompagnato da un movimento pelvico da milioni di fan.

«Hello boy, I’m sorry for your death.» L’avesse detto canticchiando sarei stato l’uomo più felice del mondo, nonostante la situazione poco felice.

«Portalo qui, abbiamo la sua prima cena…» Apprezzerei l’umorismo di Da Vinci, se solo non fossi io il pasto.

Convinto di vivere un reality show piuttosto che un film horror, mi volto verso gli altri due vampiri nella stanza. I dreads e la pseudo sigaretta appoggiata dietro l’orecchio non lasciano dubbi sull’identità del primo. L’altro ha un caschetto biondo, dei grossi occhiali alla Bill Gates del primo giorno e un cappello di paglia in testa.

«Cazzo sei, Nino D’Angelo?» chiedo.

I quattro scoppiano a ridere.

«Te l’ho detto che potevi girare tranquillo in Italia» dice Leonardo, sghignazzando.

«Fuck, Italian idiot!»

Nemmeno la voce mi dice un gran che.

«È quasi un dispiacere doverti uccidere.» Leonardo ha riacquistato i modi pacati di quando si è presentato al triage, ma non mi è per nulla simpatico.

«Allora fatemi unire al “Armata dei Vip”!» Ci provo, magari hanno bisogno di un infermiere più che di un pasto.

L’assenza di risposta mi dà fiducia, ma tanto anche un no l’avrebbe fatto: con Angela ho sperato fino alla sua morte.

«Non mi piace Armata dei Vip, anche se rende l’idea. Noi siamo più una confraternita di artisti strappati alla morte perché troppo grandi per poter lasciare questo mondo. Costretti all’oblio eppure dall’eterna gloria. Reietti del mondo che li acclama…»

«Armata dei Vip mi sembra più immediato, ma anche la tua definizione non è male…»

Elvis rientra in stanza, sorreggendo per le spalle un uomo con la testa reclinata in avanti che non mi permette di vederlo in faccia.

«Per fortuna che siamo in Italia e il Santa Pazienza è cambiato pochissimo in vent’anni. La strada per l’obitorio è sempre la stessa.»

Un nuovo vampiro compare alle loro spalle. Ha un casco di ricci in testa e un foulard a fiori attorno al collo.

«Lucio» sussulto vedendolo.

Lui mi guarda e sorride. Dev’essere bello sapere che la gente si ricorda di te anche dopo la morte. Chissà se sarà così anche per me. Magari qualche collega potrà anche piangere. Di certo la gente sarà più disperata per aver perso le zinne di Angela, ma ci sarà qualche stronzo che consumerà una lacrima per il sottoscritto…

«Lui come sta?» chiede Da Vinci a Battisti.

«Solito. Per ora non parla ed è confuso. Gli serve il sangue per ricominciare a “vivere”.»

«Allora iniziamo la cerimonia.»

Leonardo mi rivolta in aria e mi sbatte di schiena contro il lettino delle visite. Il colpo è talmente forte da mozzarmi il fiato.

«Fratelli, siamo qui riuniti per dare il benvenuto nella su’ nuova forma a un mito che lascia la luce del sole per essere accolto dalla gloria. Da oggi la notte lo proteggerà, il sangue lo nutrirà e a lui sarà donata la vita eterna. Che il sangue di questo umano possa dissetarlo…»

«Posso chiedere una cosa?» interrompo la cerimonia.

Leonardo mi guarda male, poi annuisce. «Spicciati.»

«Ecco, visto che devo morire, posso chiedervi se potete cantarmi una canzone…» Ormai la mia fine è segnata, ma l’idea di poter raccontare nell’aldilà d’aver assistito a un live del genere mi galvanizza.

Da Vinci guarda gli altri, poi inarca un sopracciglio e solleva le spalle.

«Quando Gianni avrà iniziato a nutrirsi…»

Gianni… Torno a guardare l’uomo sorretto da Elvis. I capelli ordinati, le braccia lunghissime e quelle mani enormi: sarò la prima cena di Gianni Morandi vampiro.

Alla fine non avrei potuto spendere meglio la mia vita, renderò eterno l’idolo di mia madre. Quando glielo racconterò in paradiso lei sarà felicissima.

Qualcosa di duro e freddo mi incide la pelle appena sopra la clavicola. Potrebbe essere un bisturi, ma più probabilmente è l’unghia di Leonardo.

«Rinasci a nuova vita!» urla il genio.

In quel momento mi chiedo che fine abbiano fatto le guardie e i pazienti che normalmente rompono le palle tutta notte, ma ormai è tardi. Una fitta, là dove sono stato inciso, mi provoca uno spasmo. I capelli di Morandi iniziano a solleticarmi il naso mentre lui si accanisce sul mio collo. Non provo dolore, i suoi canini devono avermi iniettato una specie di veleno. Tanto che, quando preso dalla foga mi ribalta dal lettino, l’impatto con il pavimento è minimo.

Qualcuno inizia a battere con le dita sulla scrivania, un altro fischietta e nell’aria inizia a diffondersi una melodia. Sono curioso di sapere quale canzone accompagnerà la mia morte.

«Almost heaven, West Virginia, Blue Ridge Mountains, Shenandoah River, Life is old there, older than the trees…»

Porca puttana, dev’essere il Nino D’angelo americano a cantare. Sta canzone non la conosco.

Mentre impreco nella mente, la testa mi cade di lato e mi ritrovo davanti gli occhi vitrei di Angela. Oltre alle tette aveva anche un bel viso.

Raccolgo le ultime forze e provo a sollevare il braccio. È intorpidito ma risponde. Lo faccio strisciare per terra fino a sfiorare la mia collega. Abbasso lo sguardo e sghignazzo, finalmente ce la posso fare. Infilo la mano nella scollatura e frugo sotto il reggiseno. Stringo e quel po’ di sangue nelle vene mi si gela. In mano avrò si e no una seconda e premuto sul dorso uno strato infinito di spugna.

Country roads, take me home
To the place I belong
West Virginia, mountain mama
Take me home, country roads

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