Tra moglie e marito

Con un movimento delicato di pollice e indice, Sofia fece scivolare il primo bottone dei jeans di Alex fuori dall’asola.
L’uomo, la mano destra stretta sul bracciolo del divano e la sinistra infilata tra due cuscini, fissava la bionda inginocchiata davanti a lui. Non riusciva a credere a quanto stesse accadendo.
TE L’HO DETTO CHE QUESTA ERA UNA POCO DI BUONO. CHI FA UN POMPINO ALLA PRIMA USCITA? La voce di Marica gli si insinuò nelle orecchie.
Alex si morse il labbro per non rispondere. Passò lo sguardo dalla faccia libidinosa di Sofia a quella ultraterrena e imbronciata della sua ex e abbozzò un sorriso.
La mano di Sofia gli strinse il membro e lo liberò dalla prigionia. Alex tese i muscoli, gettò la testa all’indietro e chiuse gli occhi.
USERÀ I DENTI, SARÀ IL POMPINO PEGGIORE DELLA TUA VITA!
Lui non rispose, tutte le facoltà mentali erano rivolte al pene che era stato appena avvolto dall’abbraccio umido della bocca di Sofia.
Lasciò i cuscini e portò la mano alla nuca di lei. Le infilò le dita tra i capelli e l’invitò ad andare più a fondo.
Il rumore metallico delle chiavi che facevano scattare la serratura infranse quell’attimo di goduria. Alex scansò la mano dalla testa di Sofia e scattò in piedi. Una fitta al pene gli strappò una smorfia di dolore.
TE L’AVEVO DETTO CHE AVREBBE USATO I DENTI! lo schernì Marica.
La porta si spalancò e un uomo fece irruzione in casa. «Bastardo!» urlò infilando la mano nella giacca.
Alex sollevò le braccia per indicare la sua innocenza, ma i jeans alle ginocchia e il pene sanguinante che puntava il soffitto dicevano il contrario.
La pistola che si ritrovò puntata in faccia chiudeva ogni spiraglio di contrattazione.
STAVOLTA SÌ CHE VIENI A TROVARMI!


***

10 giorni prima


Ancora a occhi chiusi, Alex sentì l’oppressione dell’anello che gli circondava la testa. Un beep cadenzato seguiva alla perfezione il pulsare delle tempie. Dischiuse la bocca, in cui sembrava gli avesse cagato un montone, e si passò la lingua sulle labbra. Era cuoio che carezzava cuoio.
TERZO TENTATIVO ANDATO MALE, INIZIO A CREDERE CHE TU LO FACCIA APPOSTA! La voce di Marica confermava le sue paure: era ancora vivo.
Aprì gli occhi. A parte la sua ex, defunta e seppellita, non c’era nessuno al suo capezzale.
Sdraiato su un letto, una tenda bianca a separarlo dal mondo, aveva dei cavi che sbucavano dal camice a righe orizzontali blu e arrivavano al monitor sulla sua sinistra. Era quello, con il suo beep ritmico, a rinfacciargli l’ennesimo fallimento.
«Finalmente ti sei svegliato!» L’inopportuna voce allegra proveniva dalla sua destra.
Alex si voltò e vide una ragazza bionda, la divisa verde da infermiera, emergere da dietro la tenda.
«Sgree…» rispose. La voce gli uscì roca e incomprensibile.
«Non ti affaticare, parlerai più avanti.»
La ragazza andò al monitor, poggiò l’indice sullo schermo e il beep smise di martellargli la testa.
CARINA E UTILE: UNA RARITÀ!
Un po’ gli doleva ammetterlo, ma Marica aveva ragione. Nonostante la situazione e la mise, Alex trovava l’infermiera stranamente attraente. Forse per via degli occhi azzurri, o per le forme mal celate sotto la divisa. Oppure, più semplicemente, perché erano tre mesi che lui passava tutto il tempo in compagnia di una morta.
«Ti abbiamo riacciuffato per i capelli. Altri cinque minuti e andavi in arresto respiratorio!»
Alex mugugnò una risposta tra il “che culo” e il “la prossima volta fatevi i cazzi vostri!” ma non era ancora in grado di articolare le parole.
«Sofia, mi serve un catetere al cinque!» La testa di un’altra infermiera fece capolino da dietro la tenda. La donna incrociò lo sguardo di Alex e corrucciò il naso. «Il suicida si è svegliato… ti ha già detto il nome?» chiese.
FINALMENTE UNA CHE GIUSTIFICA IL MIO AMORE PER IL MONDO. QUESTA È SIMPATICA COME UNA PALATA DI LETAME!
«No, ancora non parla.»
«Allora vai a sistemare il tricheco che è arrivato alla cinque, a lui penseremo dopo.» L’ultima arrivata sparì coperta dalla tenda.
«Risposa ancora un po’, ci vediamo dopo.» Sofia si congedò passandogli le dita sul torso della mano.
Alex la osservò andare via: anche da dietro non era male.
SEI UN PORCO!



***


Vista da vicino, la canna della pistola faceva paura. Non che Alex ne avesse mai vista una da lontano, ma era certo che l’effetto fosse diverso.
In passato aveva preso in considerazione la possibilità di spararsi, ma l’idea del proiettile che gli sfondava il cranio gli dava il ribrezzo. E Poi non sapeva dove procurarsene una. Non fosse stato in quella situazione, avrebbe chiesto al marito di Sofia dove l’avesse presa.
«Quindi questo è uno delle merde che ti scopi?» urlò l’uomo.
La ragazza non rispose. Era ancora seduta a terra, le ginocchia al petto e uno strano ghigno sul volto.
NO, SHERLOCK. GLI STAVA SOLO FACENDO IL BOCCA A BOCCA MA HA PRESO MALE LE MISURE…
Alex inclinò la testa di lato, sollevò un sopracciglio e trattenne una risata. Effettivamente la domanda era a dir poco retorica.
«E tu, che cazzo ti ridi?» L’uomo doveva essersi accorto del sorriso trattenuto.
Il calcio della pistola che colpì Alex al mento era il modo del marito di Sofia per manifestare l’inopportunità del gesto.
NON SI RIDE DAVANTI A UN’ARMA! sottolineò Marica.
Mentre viaggiava di faccia verso il pavimento, Alex si disse che era stato un po’ scortese, ma ormai era troppo tardi per scusarsi.
GIÀ, E COMUNQUE NON MI SEMBRA UN TIPO RAGIONEVOLE!


***

3 mesi e 10 giorni prima


La stanza era quella in cui si era sentito felice in compagnia di Marica, ma di quel periodo erano rimaste solo due foto appoggiate a testa in giù sulla scrivania.
Alex, seduto sul divano, fissava la televisione spenta nel tentativo di trovare uno stimolo per alzarsi, per passare oltre. Non usciva dal giorno del funerale di lei, che avevano celebrato un mese dopo l’esplosione del palazzo. Tanto era servito agli inquirenti per stilare la lista dei morti di quel tremendo incidente in cui lui era sopravvissuto miracolosamente.
MIRACOLOSAMENTE… La voce di Marica lo strappò dai suoi pensieri.
Alex si voltò e la vide, bella come sempre. Un metro e cinquanta per novanta chili, stretti in un vestito giallo a tubetto.
«Speravo di rivederti!» disse con gli occhi gonfi di pianto.
IO SPERAVO DI RIMANERE VIVA, MA NON POSSIAMO AVERE TUTTO.
«Come stai?»
MORTA.
«A parte questo?»
TUTTO TRANQUILLO. NON SO ANCORA PERCHÉ SONO ESPLOSA CON L’INTERO PALAZZO, MA PER IL RESTO TIRIAMO AVANTI. TU, CONTINUI A NON RICORDARE NULLA?
«Purtroppo…»
IMMAGINO SIA STATO UNO CHOC PER TE.
«Mi manchi tanto.» Le lacrime abbandonarono gli occhi di Alex e gli bagnarono le guance.
NON DEVI PIANGERE, ORA SONO QUI CON TE… Marica fece due passi, raggiunse il divano e si sedette accanto ad Alex. GUARDIAMO QUALCOSA? chiese facendo comparire dal nulla una ciotola piena di rane fritte.
«Con te farei qualsiasi cosa» Alex sorrise, impugnò il telecomando e accese il televisore.
ALLORA IL FILM LO SCELGO IO!



***


Il pavimento premuto contro la guancia, a ricordargli quanto fosse dura la vita, Alex ammirava le scarpe del marito di Sofia. Sapeva della sua esistenza e del suo carattere irrequieto, ma non aveva immaginato che l’avrebbe conosciuto così.
«Alzati, bastardo!» sbraitò l’uomo sbattendosi la porta alle spalle.
Alex poggiò il palmo destro a terra e si mise in ginocchio. Aprì la bocca e una leggera fitta alla mandibola gli ricordò quanto fosse sbagliato ridere in faccia a uno che impugnava una pistola.
«Da quanto te la scopi?»
Indubbiamente quella domanda nascondeva delle insidie, però non sarebbe stato saggio tacere.
DIGLI LA VERITÀ, AMMETTI DI ESSERE ANCORA VERGINE!
«Nonostante le apparenze, vorrei dirle che io e Sofia non abbiamo ancora consumato l’amplesso…»
L’uomo, con la destra, l’afferrò per i capelli e lo costrinse ad alzare la testa.
Alex si trovò faccia a faccia con il suo aggressore che gli infilò la canna della pistola in bocca.
BUFFO QUANTO QUESTA POSIZIONE RICORDI QUELLA DI POCO FA.
«Non prendermi per il culo, lo so che sono mesi che ve la scopate!»
Le parole dell’uomo aprivano a nuove prospettive, era il caso di iniziare a valutare la possibilità che Alex si fosse trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Lui conosceva Sofia da non più di dieci giorni.
TE L’HO DETTO CHE ERA UNA POCO DI BUONO…


***


7 giorni prima

IN OSPEDALE TE LA PASSI MEGLIO CHE A CASA…
Ad Alex non sfuggì il tono sarcastico di Marica, ma fece finta di nulla e tornò a guardare la televisione.

In una settimana aveva cambiato tre compagni di stanza ma, a parte l’anziano che non era stato zitto un istante, con gli altri non era andata male. Quest’ultimo poi era il migliore, passava più tempo nei corridoi che nella loro doppia.
SARÀ MICA PER LE VISITE DELLA TUA INFERMIERINA…
Come a voler sottolineare le parole di Marica, Sofia irruppe nella stanza.
«Come sta oggi il mio sopravvissuto preferito?» La ragazza aveva l’aria sbarazzina della bimba che va al pigiama party dalle amiche.
«Bene, anche se in TV non passa nulla di interessante!»
NON È VERO, FORUM CI È SEMPRE PIACIUTO!
Sofia gli stampò un bacio sulla fronte e passò oltre. Raggiunse la finestra, scostò la tenda e la luce invase la stanza.
Alex a socchiudere gli occhi e portò il braccio a protezione.
«Non puoi stare al buio, non sei ancora morto.»
«Cerco di abituarmi all’idea.»
«Smettila!» Sofia, il volto contrito, tornò sui suoi passi e raggiunse il letto di Alex. Si sporse e gli afferrò la mano. «So che non avrei dovuto, ma ho parlato con la psichiatra e letto il tuo fascicolo» disse abbassando lo sguardo.
PERFETTO, ABBIAMO UNA STALKER.
«Tu ti stai punendo per la morte di Marica.»
VORREI BEN VEDERE…
«No!» rispose d’istinto, ma sapeva di aver mentito: era colpa sua.
«È normale che tu lo faccia, sei l’unico superstite di quell’esplosione.»
«Non è per quello…»
«Certo che è per quello. Ti accusi per la fortuna che hai avuto, però hai già pagato: sei stato in coma per due giorni.»
Alex ritrasse la mano e la nascose sotto il lenzuolo.
«E ora hai paura di vivere. Trovi ingiusto che lei sia morta mentre tu sei ancora qui.»
È INGIUSTO SÌ, SEI UN ASSASSINO!
«Io l’ho uccisa!» Alex non riuscì a trattenere i singulti.
«No che non l’hai fatto» Sofia infilò la mano sotto il lenzuolo e afferrò quella di lui. «È stata l’esplosione del laboratorio.»
Alex abbassò la testa e guardò le lacrime tuffarsi oltre la punta del suo naso.
NON PIANGERE, DILLE LA VERITÀ.
«Perché fai questo, perché vuoi aiutarmi?»
«Perché anch’io una volta stavo per commettere una fesseria.»
La mano di Sofia comparve sotto gli occhi di Alex. La girò e mostrò una lunga cicatrice che dal polso arrivava a metà avambraccio.
«Mio marito mi picchiava e io credevo fosse colpa mia. Ho dovuto assaporare la morte per trovare il coraggio di lasciarlo!»
PERFETTO. QUESTA HA MANIE SUICIDE CHE LE HANNO CAUSATO LA SINDROME DELLA CROCEROSSINA: LA TIPA ADATTA A UNO SVALVOLATO COME TE!



***


«Dario, lui non c’entra.» Sofia dava segni di vita.
La situazione cambiava di poco ma almeno l’ex marito, che finalmente aveva un nome, avrebbe rivolto le attenzioni su di lei.
Alex approfittò dell’attimo di distrazione dell’uomo per guardarsi attorno alla ricerca di qualcosa da usare come arma.
NON CI PENSARE NEMMENO, NON HAI LA STOFFA DELL’EROE!
Aveva ragione lei, ma non era quello il momento di essere negativi, serviva l’ottimismo della vecchia Marica.
QUELLO È STATO SEPPELLITO CON L’INDICE CHE HANNO TROVATO. OPPURE È ESPLOSO CON IL RESTO DEL CORPO. NON SAPREI…
Dario estrasse la pistola dalla bocca di Alex a la puntò contro Sofia.
«È ancora per quella storia?» L’uomo avanzò di qualche passo verso l’ex moglie, dandogli le spalle.
«La chiami “quella storia”? Tu mi massacravi di botte!» La ragazza aveva smesso i panni della vittima impaurita e sbraitava, le vene del collo gonfie e le mani che le tremavano.
«È successo una sola volta. Ho sbagliato…» Adesso era Dario a sembrare in difficoltà.
«Una volta mi hai mandato all’ospedale, ma quante volte mi hai colpita?»
ORA! urlò Marica vedendo l’uomo impegnato.
Alex si alzò di scatto e si lanciò sul braccio di Dario che impugnava la pistola. Gli afferrò il polso e lo strattonò, ma si vedeva che l’altro era più avvezzo alla lotta.
Un gancio sinistro colpì Alex allo zigomo e lo proiettò indietro di qualche metro. Impattò con la schiena contro il pavimento e con la nuca al muro. La stanza gli girò attorno e le immagini si fecero sfocate.
RESTA CON ME, NON SVENIRE!


***

40 giorni prima


«Signor Sponti, leggo che lei ha dei precedenti di schizofrenia con allucinazioni.»
Alex distolse lo sguardo dalla foto poggiata sulla scrivania, che ritraeva la donna con cui stava parlando in compagnia di un bell’uomo e due bambini sui dieci anni, e annuì.
«Segue ancora la terapia che le è stata prescritta.»
«Sì.»
BUGIARDO!
«Dopo l’incidente a lavoro, qualche mio collega l’ha rivalutata?»
«No, ma ho visto uno psichiatra quando mi hanno ricoverato per l’intossicazione da benzodiazepine del mese scorso.»
«Anche l’altra volta le aveva prese “per sbaglio”?»
«Sì!»
LO SA CHE STAI MENTENDO. NEMMENO UN IDIOTA SI SCOLEREBBE PER SBAGLIO UNA BOCCETTA DI ANSIOLITICI.
«Eppure a me sembra un caso strano. È sicuro che non ci siano voci a spingerla a farlo?»
«No»
QUESTO È VERO. IO MICA VOGLIO FARTI AMMAZZARE, VOGLIO SOLO RIABBRACCIARTI…
La dottoressa, seduta dall’altra parte della scrivania in quell’ambulatorio spoglio del Pronto Soccorso, portò una penna alla bocca e iniziò a mordicchiarla.
SI VEDE CHE È NERVOSA, SECONDO ME È PAZZA.
Alex portò la mano destra alla fronte e iniziò a massaggiarsi le tempie.
«Ha mal di testa?»
«Sì»
«Le capita spesso dopo l’incidente?»
«A volte.»
«E prima?»
«Uguale.»
Seguì un lungo silenzio che la psichiatra utilizzò per leggere qualcosa al monitor del computer.
SECONDO ME STA CERCANDO IL POSTO PER ANDARE IN VACANZA, OPPURE STA DECIDENDO SE INTERNARTI…
«Continua l’amnesia per quanto riguarda il giorno dell’esplosione?»
«Sì.»
BUGIARDO, DILLE CHE ORA TI RICORDI TUTTO!
«Nulla?»
DAI, DIGLIELO CHE MI HAI UCCISA PER SBAGLIO MENTRE FACEVAMO L’AMORE NEL TUO UFFICIO E POI SEI SALITO NEI LABORATORI DOVE HAI INNESCATO L’ESPLOSIONE RITARDATA.
«Niente.»
«Nemmeno cosa ci faceva sul tetto?»
QUESTO NON PUOI DIRGLIELO. NESSUNO CREDEREBBE CHE UNO SANO DI MENTE VOLESSE SALTARE SUL TETTO DEL PALAZZO AFFIANCO PER SCAPPARE. SE LO RACCONTI TI RICOVERANO VERAMENTE.
«La polizia sostiene che probabilmente cercavo una via di fuga…»
«… e che l’urto della detonazione l’abbia scagliata nel palazzo davanti. Sì, ho letto.»
QUESTA EFFETTIVAMENTE È STATA FORTUNA.
«Devo aver saltato tra l’incendio e l’esplosione.»
«Bene.» La psichiatra si alzò dalla sedia. «Onestamente credo che l’esperienza vissuta possa aver peggiorato il suo stato. La ricovereremo qui in reparto per qualche giorno e cercheremo di giungere a una diagnosi. Vedrà che tornerà a star bene.»
«Grazie» fu l’unica risposta di Alex la cui esperienza gli aveva insegnato che lottare peggiorava solo le cose.
FINALMENTE MI PORTI IN UN POSTO NUOVO.



***


Quando la stanza smise di girare attorno ad Alex, c’era silenzio. A pochi metri da lui, Sofia fronteggiava a testa alta Dario, che continuava a puntarle la pistola contro.
PERÒ, HA LE PALLE LA RAGAZZA!
«Non puoi buttare una storia di cinque anni per un errore.» La voce dell’uomo era quasi una supplica.
«Hai ragione, dovevo farlo al primo schiaffo!»
«Non dire così, lo facevo per amore.»
«No, l’amore non può essere violento!»
L’ex marito allungò la mano libera e la poggiò sulla guancia di Sofia. «Scusami, non lo farò più. Io ti amo!»
La ragazza gli afferrò il polso e lo torse.
Dario si girò dandole le spalle, una smorfia di dolore in volto.
Sofia lo colpì con la pianta del piede dietro le ginocchia e lo buttò a terra. Sollevò ancora più in alto il braccio strappandogli un urlo.
«Butta la pistola!» gli ordinò.
Alex osservava la scena a bocca aperta. Forse anche lui avrebbe dovuto fare la stessa mossa prima.
QUESTA È IL MIO NUOVO IDOLO! esultò Marica.
Dario mollò la presa sulla pistola che ricadde a terra. «Smettila, così mi spezzi il braccio» piagnucolò.
«Sai quante volte ti ho supplicato allo stesso modo?» La voce di Sofia era più profonda del solito.
«Ti chiedo scura, perdonami!»
«Tieniti le preghiere per dopo.» Gli occhi della ragazza brillarono. «Alex, per favore, mi prenderesti il nastro americano e le corde che trovi nel cassetto in basso della cucina?» chiese con tono affabile.
NON È STRANO CHE TENGA CERTA ROBA IN CASA?
Effettivamente lo era, ma non gli sembrava quello il momento adatto a contraddire l’infermiera. E poi, finalmente, era uscito da quella situazione.
RIBADISCO IL CONCETTO: QUESTA È LA TIPA ADATTA A TE!


***


1 giorno prima

«Quindi domani ci lasci?» Sofia sorrise ma un velo di tristezza le passò sugli occhi.
«Sì, ho avuto anche l’okay della psichiatra. Dice che dovrò presentarmi due volte a settimana al C.P.S. ma che stavolta mi vede meglio. Forse è merito tuo…»
L’infermiera divenne rossa in viso.
VAI TRANQUILLO, FAI COME SE IO NON CI FOSSI!
«Ciò non vuol dire che non dobbiamo più vederci» azzardò Sofia.
«Che intendi, devo farmi ricoverare di nuovo?» chiese Alex.
NO, SCEMO. TI STA INVITANDO A USCIRE.
«Beh, no. Sto solo dicendo che fuori di qui c’è un mondo…»
Alex la guardò interdetto. Frequentava gli ospedali da una vita ma non avrebbe mai pensato che dentro ci avrebbe potuto trovare qualcosa più di una scarica di psicofarmaci.
«Certo…» balbettò.
«Allora è deciso, domani stasera ci vediamo da me a cena. Dubito che avrai qualcosa di commestibile a casa tua dopo dieci giorni di assenza.»
VERAMENTE È SEMPRE COSÌ.
Sofia afferrò un pezzo di carta e ci scrisse sopra qualcosa. «Questo è il mio indirizzo, ci vediamo alle venti» disse, porgendogli l’appunto.
QUESTA È STRANA…



***


Alex fece l’ultimo giro di nastro americano attorno ai polsi di Dario.
«Finito» disse alzandosi e osservando la sua creazione.
«Bravo, nello stesso mobile, nel cassetto accanto, troverai dei teli di plastica trasparenti. Prendine due.» La voce di Sofia non era minacciosa ma il fatto che non avesse ancora abbassato la pistola lo rassicurava poco.
SECONDO TE COSA SE NE FARÀ DELL’EX MARITO?
«Vuoi che chiami la polizia?» chiese Alex andando in cucina.
«No, per quello c’è tempo. Prima devo spiegare un paio di cose a questo qui!»
I teli erano dove gli era stato detto. Alex li prese e tornò in sala dove l’infermiera, con lo spago, aveva legato insieme il nastro delle caviglie con quello ai polsi di Dario, incaprettandolo.
«Credevi non mi aspettassi una tua visita?» stava chiedendo la ragazza all’ex marito che si scuoteva nel vano tentativo di liberarsi.
«Secondo te perché non ho cambiato la serratura? Ti aspettavo per fartela pagare, così com’è capitato agli altri…»
OKAY, QUESTA INIZIA A FARMI PAURA.
«Visto che mi spiavi qui sotto, non ti sei mai chiesto che fine facessero quelli che mi portavo in casa?»
CARO, SE LUI NON S’È MAI POSTO IL PROBLEMA MI SEMBRA IL CASO CHE SIA TU A FARLO. CHI SONO GLI ALTRI E CHE FINE HANNO FATTO?
«Scusa se ti interrompo, Sofia. Visto la piega che ha preso la serata io me ne andrei.» A dirla tutta non gli interessava degli altri, ma solo della sua di pelle.
«Hai ragione, mi spiace ci abbiano interrotti.» La ragazza abbassò la pistola e gli andò incontro. Lo raggiunse e si sollevò sulle punte per baciarlo.
«Possiamo sempre riprendere il discorso un’altra volta…» propose Alex.
Senza rispondere, lei poggiò le labbra su quelle di lui.
Un pizzico al collo lo scosse. Si ritrasse dal bacio e guardò Sofia che aveva una siringa mezza vuota nella mano sinistra.
«Ma cosa…» provò a chiedere cadendo all’indietro.
MI SA CHE TI HA DROGATO!
«Credi veramente che io mi sia bevuta la storiella della morte accidentale della tua ragazza? È sempre colpa di voi uomini se una donna viene uccisa!» Sofia aveva gli occhi fuori dalle orbite e un’espressione folle in viso.
NELLA SUA PAZZIA, LA RAGAZZA CI HA PRESO…
Alex provò ad alzarsi, ma il suo corpo aveva già smesso di rispondere.
«Non ti preoccupare, io non sono un uomo, non ti farò soffrire…»
Mentre la stanza attorno a lui spariva, Alex vide Sofia andare al mobile accanto al televisore, aprire un’anta ed estrarre una tuta da imbianchino macchiata di rosso.
Chiuse gli occhi, diventati troppo pesanti, e si cullò all’idea che presto tutto sarebbe finito. Grazie a quell’aiuto inaspettato stava mettendo fine alla sua vita e presto avrebbe riabbracciato Marica.
E PENSI CHE I TUOI GUAI SIANO FINITI? IO E TE ABBIAMO ANCORA DEI CONTI IN SOSPESO…

Test d’affinità con Nerd AntiZombie

#NerdAntiZombie non è un libro per tutti. Per affrontarlo al meglio, e godere delle molteplici sfumature, bisogna avere un bagaglio culturale molto particolare. Quindi, ecco a voi il primo test d’affinità.
Rispondete alle domane, in base a quante risposte conoscete avrete il vostro riscontro.

Risposte esatte:
0-3 = Non sei Nerd e conosci poco gli zombie. Forse è il caso di leggere Nerd AntiZombie, giusto per provare qualcosa di diverso.

4-8 = Hai una vaga idea degli argomenti trattati nel libro, con un briciolo di interesse in più potresti sopravvivere a un’apocalisse. Dovresti leggere Nerd AntiZombie.

9-13 = Sei nerd e un papabile sopravvissuto. Nerd AntiZombie può regalarti le emozioni che cerchi.

14-15 = Probabilmente sei Francesco Nucera, perché alcune domande erano pressoché impossibili. 
Se non hai scritto Nerd AntiZombie devi leggerlo a tutti i costi.

Ecco la soluzione!

Hello boy, I’m sorry for your death

Milano, 13 agosto.

Ospedale Santa Pazienza.

Turno di notte.

Sono ancora qui.

Dal mio punto d’osservazione posso vedere solo una minima parte del corridoio che porta all’astanteria. Figure più o meno tristi mi sfrecciano davanti per raggiungere il posto in cui i loro problemi troveranno una soluzione. O almeno, questo è quello che credono. In verità si ritroveranno davanti uno specialista dalla erre moscia che cercherà su Google le risposte ai loro acciacchi. I più fortunati, invece, avranno l’onore di farsi curare da Merlino, il medico che porta sulle spalle trent’anni di dura professione e che come unico scopo nella vita ha quello di raggiungere la pensione.

Mi chiamo Alberto, di professione faccio l’infermiere e queste sono le mie memorie.

Premo invio e, dalla porta accanto alla mia scrivania, arriva il rumore di due vibrazioni ravvicinate, inequivocabile segnale che Angela ha ricevuto il mio messaggio.

Passano pochi secondi e la voce della mia collega riempie la stanza.

«Albé, si proprio nu strunz!» ride e, come diceva sempre mia madre: “Donna che ride, mutanda che cade”.

«Quindi stanotte si tromba?» le chiedo scegliendo attentamente le parole. Devo fargli sentire tutto il mio appeal lumbard!

«Manco se mi cavano gli occhi!» ride ancora.

Buon segno. So di essere sulla strada giusta, se un donna dice no in realtà vuole dire sì e questo è il suo centesimo no ad altrettante richieste d’amplesso. Ormai sono sicuro che ci stia, manca solo l’occasione giusta.

«Uè ninetta, stanotte sembra tranquilla, che ne dici se ci vediamo nella farmacia?»

«Lassame sta, tengo altri pensieri per la testa.»

Il suo accento napoletano mi fa accapponare la pelle, soprattutto ora che una parete ci separa e non posso fissarle le poppe mentre parla, ma il solo pensare alla scollatura della divisa mi passa il razzismo e sento Achille premere contro i pantaloni.

«Guarda che non è sempre natale. Io sono un treno che passa una volta sola…»

«E io non tengo il biglietto! Mo fammi lavorare.» Sento il rumore del pulsante del suo mouse, l’unico numero presente sul mio monitor si evidenzia e una voce metallica nella sala d’attesa scandisce un codice.

«Anzi, mo fa na cosa: sono le tre di mattina, cercati un branda e vai a dormire che alle quattro e mezza ho un appuntamento con Salvo e vorrei starmene un po’ tranquilla. Mi copri tu?» Il suo mezzobusto compare dallo stipite. Le zinne oscillano per la frenata brusca. Per un attimo temo possano sganciarsi dal reggiseno e finirmi in faccia. Sorrido inebetito e annuisco.

Lei strizza un occhi «Si n’angelo!» dice e sparisce nuovamente nella sua saletta sbattendo la porta che ci separa.

Quando le tempie smettono di pulsarmi e il battito cardiaco torna regolare, cerco di tradurre quello che mi ha detto. Giungo alla conclusione di aver frainteso: Salvo è un troglodita Palermitano. Passa buona parte della sua esistenza tra la palestra e il solarium con l’unico risultato papabile quello di avere divise sempre troppo attillate sui bicipiti e denti troppo chiari rispetto alla pelle abbronzata.

Abbasso lo sguardo sul cotone verde tirato sul mio addome, che sfiora la scrivania. Lo sanno tutti e lo ripeteva sempre anche mia madre: “Omo de panza, omo de sostanza”. Lei che era rimasta vedova a quarant’anni – mio padre l’ha stroncato un infarto precoce – e che a sua volta aveva ceduto troppo presto alle avance della mietitrice di morte camuffata da cannolo alla siciliana che l’aveva soffocata.

Sbuffo e mi passo le mani tra i capelli leggermente umidi. Lo sguardo mi cade prima sulla ciocca di peli arruffati che sbucano dalla manica corta della divisa e poi sul monitor su cui è comparso un altro codice. Sposto il puntatore del mouse, lo seleziono e poi digito sul tasto “CHIAMA”.

La voce metallica dice una lettera seguita da tre numeri.

«Faccio questo e poi vado in pausa» urlo, nella speranza che la mia voce possa superare la porta chiusa.

Mentre cerco di tradurre le ultime parole di Angela, sono certo che volesse dirmi qualcosa con quel “Ho un appuntamento con Salvo e vorrei starmene un po’ tranquilla” ma non riesco a capire cosa, delle ciabatte strisciano sul pavimento di linoleum.

Guardo l’ora: sono le tre e un quarto, è il momento ideale per uno pschiatrico qualsiasi che non riesce a dormire per il troppo caldo.

Non faccio nemmeno in tempo a formulare il pensiero che un anziano, capelli e barba bianchi troppo lunghi e arruffati, compare sulla soglia. Ha in mano il bigliettino con il codice appena chiamato, che gli ha dato la macchinetta nella sala d’attesa.

«T2?» chiede, reggendosi con la mano ossuta allo stipite.

«Sì, triage due» confermo.

Dal poco che sono riuscito a sentire, almeno non sembra un terrone e neppure un extracomunitario. Il suo è più un accento toscano. Per il resto penso di esserci andato vicino. Ai piedi ha dei sandali lisi da cui sbucano delle unghie lunghe e indossa un drappo rosso che gli ricade dalla spalla destra.

«Gentilissimo» dice, avanzando.

Accenno ad alzarmi e indico la sedia davanti alla mia scrivania.

«Si accomodi pure!»

Si siede, poggia il braccio sul lettino che uso per fare gli elettrocardiogramma e inizio a fiutare l’aria. Dovrei sentire il tanfo dolciastro dell’alcool e invece le mie narici vengono assalite dall’odore del ferro arrugginito.

«Posso avere un documento?» chiedo, stendendo la mano sinistra sotto il suo naso e cliccando sul tasto “Anagrafica” con l’altra.

«Purtroppo non l’ho con me.» Sorride e mette in mostra una sfilza infinita di rughe che rendono la sua faccia simile a quella di un elefante.

«Poco male, è mai stato qui?»

«Circa vent’anni fa…» dice, guardandosi attorno.

«Allora proviamo a cercarla nell’anagrafica. Nome?»

«Leonardo.»

«Cognome?»

«Da Vinci.»

«Tutto attaccato?» chiedo automaticamente. Nella mia testa torna nitida l’immagine delle tette di Angela che oscillano a poche spanne dalla mia faccia e sorrido ancora.

«No, staccato.»

«Data di nascita?» Mentre digito penso che potrei finire di triagiare questo catramone per poi ripartire all’assalto. Anche se l’appuntamento fosse vero, avrei più d’un ora per farle cambiare idea. E poi, meglio guardare la scollatura di lei che la faccia di questo qui.

«Quindici aprile, millequattrocentocinquantadue.»

Finisco di scrivere sotto dettatura e clicco sulla lente d’ingrandimento. Il terminale inizia a cercare l’anagrafica per compilare i campi mancanti e io mi convinco che la scelta migliore sia quella di continuare a provarci con Angela. In fondo: “Il no di una donna è un sì” e mai ci fu no più sì di questo nella storia.

Sullo schermo compare la maschera d’errore.

«Da Vinci Leonardo» rileggo quello che ho scritto «lei è sicuro di essere nato il quindici aprile millequattro…» Mi blocco e correggo quel quattro con un nove. Va bene che sembra vecchio, ma cinquecento anni sono troppi anche per lui.

Premo nuovamente sulla lente e pochi istanti dopo torna l’errore.

«Non è nei terminali. Devo inserire i dati a mano.»

«Luogo di nascita?»

«Anchiano.»

«Computer di merda!» impreco e mi trattengo per non tirare un pugno alla scrivania. La clessidra frulla e rimane in ricerca, potrebbe impiegarci ore.

Torno a guardare Leonardo Da Vinci e una bestemmia mi muore tra i denti, detesto quando faccio la figura del pirla.

«Immagino che Anchiano sia vicino a Vinci…» La macchina continua a frullare e mi rendo conto che il mio cervello non è da meno.

«Esatto, vicino a Firenze.»

«Quindi anche la data di nascita è esatta?» Corrugo la fronte e inarco il sopracciglio destro. Ho già visto quel volto sui libri di scuola.

«Quindici aprile millequattrocentocinquantadue.»

La naturalezza con cui lo dice è commovente, dev’essere convinto di essere lui.

«Data di morte?» chiedo mentre il computer non vuole saperne di sbloccarsi. Tanto vale giocare un po’ con il prossimo paziente della psichiatria.

Lui distende le labbra in un sorriso enigmatico. «Che domanda, come vede sono ancora vivo…»

«Già, stupido io ad averglielo chiesto.» Mi lascio andare a una risata genuina. «Di grazia, cosa la conduce in questo nosocomio?»

«La curiosità. Sono un vecchio appassionato di anatomia e volevo vedere che progressi ha compiuto la scienza.»

«Allora è nel posto sbagliato, a Milano ci sono decine di ospedali privati in cui avrebbe potuto ammirare macchinari ultra tecnologici. Sa, noi statali. Dobbiamo accontentarci…»

«Non è cambiato molto da’ mi’ tempi. In quell’epoca si doveva affidarci a magnati disposti a finanziare le nostre ricerche e spesso erano dei veri criminali. Qui a Milano ho lavorato nella corte di Ludovico e non è stato facile.»

«Allora è cambiato veramente poco…» Strizzo l’occhio, in un gesto d’intesa, e torno a guardare il computer che finalmente si è sbloccato. Riporto il puntatore del mouse sulla dicitura del nome.

«Riproviamoci: nome e cognome?»

«Leonardo di ser Piero Da Vinci, meglio conosciuto come Leonardo Da Vinci.»

Sbuffo e scuoto la testa, non ne uscirò vivo.

«Mi toccherà registrala come “Anonimo”.»

«Non si preoccupi, può anche non farlo. Non ho bisogno di essere visitato.»

«Eh già, lei è qui per le nuove tecnologie.»

«Non solo, il mio interesse è rivolto anche a voi operatori, mi piace la libertà con cui potete agire. A’ mi’ tempi mi toccava nascondermi per sezionare i corpi. La Chiesa ci opprimeva e l’era rischioso parlare di scienza.»

«Anche in questo non sembrano passati cinque secoli. Tra poco verranno in “Pronto” con le torce e i forconi per bruciare i medici eretici che provano a vaccinarli…»

Mi lancio all’indietro, contro lo schienale della sedia e lascio che la testa ciondoli nel vuoto. Il dilemma è se mandarlo a quel paese e andare a dormire, registrarlo come anonimo e chiamare lo psichiatra di guardia o continuare a chiacchierare aspettando che Angela vada in “pausa”. La prima sarebbe la soluzione meno professionale ma più veloce. Torno a fissare il genio rinascimentale che ora sta schiacciando dei tasti del monitor multiparametrale. Sembra felice come un bambino in un negozio di caramelle o come me in un sexy shop. Prende il sensore del saturimetro e gioca con la luce rossa.

Mi tiro su, poggio i gomiti sulla scrivania e inclino la testa.

«Facciamo finta che tu sia veramente Leonardo Da Vinci» decido di divertirmi con lui «Cos’hai fatto in tutti questi anni?»

Infila l’indice nella pinzetta di plastica che stava maneggiando.

«Non è semplice da spiegare. Diciamo che ho vagato pe’ ‘l mondo e ho incontrato tanta gente interessante. Di recente mi sono dedicato alla musica. Cosa sono codeste cifre?» chiede indicando i numeri sul monitor.

«Quello in percentuale indica la saturazione del sangue, l’altro la frequenza cardiaca.»

«Saturazione?»

Porto la mano al mento e lo massaggio. «Facciamo così: una risposta a testa. Ci stai?» Tanto non ho sonno e nella mia mente si fa largo l’idea che Angela tromberà veramente con Salvo.

Lui si afferra la lunga barba, ci infila le dita e la friziona.

«Ci sto, ma attento alle domande che tu mi farai.»

«Perché?»

«Ci sono risposte che meritano riservatezza.»

«Sarò una tomba» rispondo, sicuro.

«Ne sono certo…»

«Bene, tocca a me. Come fai a essere ancora vivo?»

Solleva lo sguardo e fissa il vuoto.

«Sei uno scienziato, quindi proverò a spiegartelo bene.»

«No dai, fai finta che io non ne capisca molto di scienza.»

Definirmi scienziato è un abominio che farebbe rabbrividire il vero Leonardo, ma tanto ho davanti un pazzo e vale tutto.

«Ho iniziato a studiare il corpo umano perché ero emofiliaco, l’ho scoperto quando è morta mia madre. Dovevo trovare un soluzione, ho sezionato centinaia di corpi e alla fine ho iniziato a sperimentare su di me. Dopo alcuni tentativi è successo qualcosa. Le mi’ ferite si rimarginavano grazie al sangue degli altri. La cosa stupefacente, che intuii solo anni dopo, era che così facendo il mio intero corpo si rigenerava, eppure ogni volta sentivo che stavo perdendo la mia umanità.»

Continuo a lisciarmi il mento mentre sul suo viso si è poggiato un velo di tristezza.

«Dimmi, dove tenete il sangue?»

La sua domanda è una doccia fredda, un cambio repentino che non mi aspettavo. Il vecchio pacifico, con qualche rotella fuori posto, inizia a farmi paura. I suoi occhi mi inquietano. Ha lo sguardo presente, si vede che guarda il mondo con consapevolezza. Sa dove si trova, cosa non comune al giorno d’oggi.

«Nel trasfusionale» rispondo, sollevando le spalle.

«Dove?»

Apro la bocca per dirglielo, ma mi blocco. «E no, ora tocca a me.»

La gola mi si stringe, lui mi scruta e annuisce, ma ha perso i modi gioviali di pochi minuti prima.

«Perché sei qui?»

«Per il vostro sangue.»

Quel “Vostro” ha un che di minaccioso, quasi non si riferisse a quello dei donatori, chiuso nei frigoriferi.

«Quindi, dov’è il trasfusionale?»

Le sue iridi sono scure, quasi nere. Eppure quando era entrato mi erano sembrate verdi. Ha le orbite scavate, il collo proteso in avanti e sembra fiutare l’aria.

«Cosa c’è?» chiedo. Mi alzo, istintivamente faccio due passi indietro e mi ritrovo vicino alla porta dell’ambulatorio di Angela. Dall’altra arte arrivano dei rumori sordi e dei mugugni.

«Torna a sederti!» ordina lui con voce perentoria.

«Angela…» dico. C’è qualcosa che non va.

Stringo la manopola della porta, la giro e mi ritrovo nel triage della mia collega ma, prima di poter capire qualcosa, sono a terra. La faccia schiacciata sul linoleum azzurro, un liquido che mi si appiccica sulle guance e l’intenso odore di sangue.

Gli occhi di Angela sono rivolti verso di me, privi di espressione. L’azzurro delle iridi è sparito sotto le pupille dilatate. Ha lo sguardo dei morti.

Qualcuno mi afferra per il colletto della divisa e mi solleva da terra. Sono privo di peso e i piedi annaspano nell’aria. Guardo il mio aggressore e ritrovo lo sguardo del vecchio. Mi tiene sospeso a venti centimetri da terra, eppure non sembra per nulla affaticato. Dietro di lui, tre uomini sorridono. Uno di questi ha la bocca sporca di sangue, dev’essere lui a essersi ciucciato Angela. Un po’ come avrei voluto fare io, ma in maniera diversa.

Il bastardo sembra aver intuito il mio pensiero. Mi sorride e si passa la lingua sul canino di destra, troppo lungo e appuntito per lasciare dubbi.

«Altro che Leonardo Da Vinci e l’emofilia» bofonchio «voi siete dei cazzo di vampiri!»

Il vecchio sorride. Cosa ci vedranno di così divertente sti qua?

«Una cosa non esclude l’altra. Per esempio, lui è Jim Morrison.»

Il ciuccia-Angela fa un passo in avanti. Indossa dei pantaloni in pelle, è a petto nudo e ha i capelli arruffati. A occhio e croce non avrà nemmeno trent’anni.

«Light my fire» dice oscillando la testa.

«Mi prende per il culo?» chiedo. Sentire la morte così vicina mi rende spavaldo, un po’ come quando arrivavo impreparato agli esami in università e sparavo cazzate.

«Leo, we have recovered our man!»

Un omone corpulento, dal ciuffo prominente e la giacca in strass, irrompe nella stanza. Mi osserva, solleva la mano, me la punta contro come fosse una pistola e strizza l’occhio. Il tutto accompagnato da un movimento pelvico da milioni di fan.

«Hello boy, I’m sorry for your death.» L’avesse detto canticchiando sarei stato l’uomo più felice del mondo, nonostante la situazione poco felice.

«Portalo qui, abbiamo la sua prima cena…» Apprezzerei l’umorismo di Da Vinci, se solo non fossi io il pasto.

Convinto di vivere un reality show piuttosto che un film horror, mi volto verso gli altri due vampiri nella stanza. I dreads e la pseudo sigaretta appoggiata dietro l’orecchio non lasciano dubbi sull’identità del primo. L’altro ha un caschetto biondo, dei grossi occhiali alla Bill Gates del primo giorno e un cappello di paglia in testa.

«Cazzo sei, Nino D’Angelo?» chiedo.

I quattro scoppiano a ridere.

«Te l’ho detto che potevi girare tranquillo in Italia» dice Leonardo, sghignazzando.

«Fuck, Italian idiot!»

Nemmeno la voce mi dice un gran che.

«È quasi un dispiacere doverti uccidere.» Leonardo ha riacquistato i modi pacati di quando si è presentato al triage, ma non mi è per nulla simpatico.

«Allora fatemi unire al “Armata dei Vip”!» Ci provo, magari hanno bisogno di un infermiere più che di un pasto.

L’assenza di risposta mi dà fiducia, ma tanto anche un no l’avrebbe fatto: con Angela ho sperato fino alla sua morte.

«Non mi piace Armata dei Vip, anche se rende l’idea. Noi siamo più una confraternita di artisti strappati alla morte perché troppo grandi per poter lasciare questo mondo. Costretti all’oblio eppure dall’eterna gloria. Reietti del mondo che li acclama…»

«Armata dei Vip mi sembra più immediato, ma anche la tua definizione non è male…»

Elvis rientra in stanza, sorreggendo per le spalle un uomo con la testa reclinata in avanti che non mi permette di vederlo in faccia.

«Per fortuna che siamo in Italia e il Santa Pazienza è cambiato pochissimo in vent’anni. La strada per l’obitorio è sempre la stessa.»

Un nuovo vampiro compare alle loro spalle. Ha un casco di ricci in testa e un foulard a fiori attorno al collo.

«Lucio» sussulto vedendolo.

Lui mi guarda e sorride. Dev’essere bello sapere che la gente si ricorda di te anche dopo la morte. Chissà se sarà così anche per me. Magari qualche collega potrà anche piangere. Di certo la gente sarà più disperata per aver perso le zinne di Angela, ma ci sarà qualche stronzo che consumerà una lacrima per il sottoscritto…

«Lui come sta?» chiede Da Vinci a Battisti.

«Solito. Per ora non parla ed è confuso. Gli serve il sangue per ricominciare a “vivere”.»

«Allora iniziamo la cerimonia.»

Leonardo mi rivolta in aria e mi sbatte di schiena contro il lettino delle visite. Il colpo è talmente forte da mozzarmi il fiato.

«Fratelli, siamo qui riuniti per dare il benvenuto nella su’ nuova forma a un mito che lascia la luce del sole per essere accolto dalla gloria. Da oggi la notte lo proteggerà, il sangue lo nutrirà e a lui sarà donata la vita eterna. Che il sangue di questo umano possa dissetarlo…»

«Posso chiedere una cosa?» interrompo la cerimonia.

Leonardo mi guarda male, poi annuisce. «Spicciati.»

«Ecco, visto che devo morire, posso chiedervi se potete cantarmi una canzone…» Ormai la mia fine è segnata, ma l’idea di poter raccontare nell’aldilà d’aver assistito a un live del genere mi galvanizza.

Da Vinci guarda gli altri, poi inarca un sopracciglio e solleva le spalle.

«Quando Gianni avrà iniziato a nutrirsi…»

Gianni… Torno a guardare l’uomo sorretto da Elvis. I capelli ordinati, le braccia lunghissime e quelle mani enormi: sarò la prima cena di Gianni Morandi vampiro.

Alla fine non avrei potuto spendere meglio la mia vita, renderò eterno l’idolo di mia madre. Quando glielo racconterò in paradiso lei sarà felicissima.

Qualcosa di duro e freddo mi incide la pelle appena sopra la clavicola. Potrebbe essere un bisturi, ma più probabilmente è l’unghia di Leonardo.

«Rinasci a nuova vita!» urla il genio.

In quel momento mi chiedo che fine abbiano fatto le guardie e i pazienti che normalmente rompono le palle tutta notte, ma ormai è tardi. Una fitta, là dove sono stato inciso, mi provoca uno spasmo. I capelli di Morandi iniziano a solleticarmi il naso mentre lui si accanisce sul mio collo. Non provo dolore, i suoi canini devono avermi iniettato una specie di veleno. Tanto che, quando preso dalla foga mi ribalta dal lettino, l’impatto con il pavimento è minimo.

Qualcuno inizia a battere con le dita sulla scrivania, un altro fischietta e nell’aria inizia a diffondersi una melodia. Sono curioso di sapere quale canzone accompagnerà la mia morte.

«Almost heaven, West Virginia, Blue Ridge Mountains, Shenandoah River, Life is old there, older than the trees…»

Porca puttana, dev’essere il Nino D’angelo americano a cantare. Sta canzone non la conosco.

Mentre impreco nella mente, la testa mi cade di lato e mi ritrovo davanti gli occhi vitrei di Angela. Oltre alle tette aveva anche un bel viso.

Raccolgo le ultime forze e provo a sollevare il braccio. È intorpidito ma risponde. Lo faccio strisciare per terra fino a sfiorare la mia collega. Abbasso lo sguardo e sghignazzo, finalmente ce la posso fare. Infilo la mano nella scollatura e frugo sotto il reggiseno. Stringo e quel po’ di sangue nelle vene mi si gela. In mano avrò si e no una seconda e premuto sul dorso uno strato infinito di spugna.

Country roads, take me home
To the place I belong
West Virginia, mountain mama
Take me home, country roads

Il tatuaggio di Soti

1

Cazzo!

La cantina inizia a girare, forma un vortice e prova a risucchiarmi. Le punte dei capelli schizzano in aria, attirate dal centro della spirale.

Eh no, stavolta non me la caverò con quella specie di post sbronza delle altre volte.

Stringo i braccioli come fossi sulle montagne russe. Il dolore alla scapola mi fa impazzire, la vecchia sta usando la sabbia per tatuarmi?

Per fortuna oggi dovrebbe finirlo…

L’odore d’incenso e spezie mi riempie le narici e quella nenia ritmata, che continua a recitare, mi fa venir voglia di strapparmi le orecchie. O di strappare la lingua a lei…

Ho freddo.

La sedia traballa, il vortice è sempre più forte.

Vorrei urlarle di smetterla con quell’ago del cazzo, ma non controllo più la bocca.

Che sta succedendo?

Da lontano proviene un rumore profondo e sincopato: sembrano tamburi.

Mentre la situazione assume contorni sempre più surreali, riesco solo a pensare a nonna che mi ripete di non fidarmi degli sconosciuti. Certo, avrebbe potuto specificare che anche le vecchiette sono pericolose, soprattutto quelle che parlano di esoterismo, di streghe e ti invitano in cantina per un tatuaggio…

I tamburi hanno avuto il pregio di coprire la cantilena, ma ormai vedo solo un vortice di colori.

La sedia si ferma, il vento non soffia più.

Sono leggera.

2

Niko, il manico della padella stretto in mano, sollevò lo sguardo sull’orologio appeso alla parete. Entrambe le lancette nere puntavano il dodici dipinto a mano sul piatto raffigurante due trulli. Sua mamma teneva molto a quel cimelio di Alberobello e, nonostante fosse a ottocento chilometri da lì, sembrava potesse percepirne la presenza. Le rare volte che lui l’aveva sostituito con un più consono skyline londinese, puntuale, era arrivata la chiamata preoccupata di lei.

«E anche stasera si mangia soli…» bofonchiò Niko poggiando la pentola sul fuoco.

Afferrò la bottiglia d’olio, sporcò appena il fondo in metallo e, prima che il liquido diventasse troppo caldo, gettò sopra uno spicchio d’aglio.

Il rumore della chiave che entrava nella toppa richiamò la sua attenzione. Si voltò giusto in tempo per vedere la porta d’ingresso spalancarsi.

La schiena piegata in avanti, lo sguardo al pavimento e i lunghi dread biondi che le coprivano il volto, Soti irruppe in casa.

Niko mollò tutto e corse verso di lei. La raggiunse, le infilò un braccio sotto l’ascella e le cinse il fianco nel momento in cui si abbandonava.

Nonostante fuori ci fossero almeno quaranta gradi, era fredda.

Ringraziò il cielo che, almeno, Soti pesava poco.

La trascinò fino al divano e la fece sedere. Come aveva già fatto troppe volte negli ultimi giorni, le sfilò le scarpe rosse di tessuto.

Niko indietreggiò di mezzo passo e inspirò profondamente: la situazione gli stava sfuggendo di mano, Soti era messa peggio delle altre volte.

Le calze a rete erano strappate all’altezza del ginocchio, ma per fortuna non c’erano tracce di sangue. I pantaloncini di jeans, talmente corti che avrebbe causato uno scandalo della durata di un anno ad Alberobello, erano macchiati sul fianco. Solo il giubbotto in pelle sembrava integro. Lo sfilò e, per la prima volta, si accorse di un tatuaggio sulla scapola che raffigurava un sole.

Le adagiò la testa sul bracciolo, aiutandola a sdraiarsi. Con le dita tese, scostò il pugno di dread che le copriva il volto.

«Hey, Soti» la chiamò con voce tremula.

«Sotiria, sveglia!» riprovò.

Con la mano libera le carezzò la guancia, cercando di trasmetterle un po’ di calore.

Gli occhi della ragazza tremarono e si schiusero mostrando le iridi azzurre immerse in un mare rosso di sangue.

«Brucia…» sussurrò lei, muovendo appena le labbra.

Niko si piegò in avanti per comprendere meglio la voce esile.

«Hai caldo?» le chiese, credendo così di dare un senso ai vestiti bagnati.

«La pentola…» Soti sollevò appena la mano e indicò un punto alle spalle dell’amico.

Niko scattò in piedi, trattenendo un’imprecazione tra i denti serrati, e si voltò. Il piano cottura era scomparso dietro un nuvolone scuro: quella sera avrebbe saltato la cena.

3

Aver visto Niko mi rincuora, anche se non capisco che mi sta succedendo.

Ho come la sensazione di continuare a entrare e uscire dal mio corpo. Quando sento di poter riprendere il controllo, come pochi attimi fa, il freddo mi aggredisce. Ma dura poco, il vortice torna e diventa tutto impalpabile.

L’unica nota positiva è che Niko non mi spedirà in ospedale, le istruzioni che la vecchia mi aveva detto di dargli erano precise.

No Pronto Soccorso.

Niente medici.

Solo riposo.

Ammetto che mi erano sembrate esagerate come indicazioni, ma la vecchia era sempre stata così carina…

In questo momento rimpiango la mia passione per l’occulto, ma cavolo quant’erano belle quelle reliquie.

Come una tossica che fiuta lo spacciatore, quando l’ho incontrata al parco ho notato subito il ciondolo a forma di ragno stilizzato al collo della vecchia e da lì sono partiti fiumi di parole tra noi. Scoprire che anche lei era di Alberobello mi ha fatto abbassare le difese.

Vai a sapere che nel giro di tre giorni mi avrebbe conciata così.

Il freddo torna, sto per rientrare nel mio corpo. Eppure c’è qualcosa di strano, non mi sento… a casa.

Una luce mi abbaglia.

Attorno a me qualcuno parla di vacanze fatte, o da fare.

Non riconosco le voci.

C’è odore di candeggina.

Una mano blu compare dal nulla e intralcia la luce che sembra provenire da una lampada circolare.

Una mascherina mi copre naso e bocca.

«Dottore, partiamo con l’anestesia?» chiede la voce giovane di una ragazza.

«Sì.»

Tutto diventa buio.

4

Soti, sdraiata sul divano, aveva smesso di agitarsi. In un primo momento, Niko aveva avuto l’istinto di portarla in Pronto Soccorso ma si era fermato, sapeva che l’amica non avrebbe apprezzato.

Sbuffò e afferrò il tramezzino che si era preparato: prosciutto, caciocavallo e maionese. Un toccasana per riprendere lo studio notturno.

Spalancò la bocca e pregustò il pasto. Due colpi secchi alla porta d’ingresso lo bloccarono.

«Vediamo chi è arrivata per prima…» Adagiò il panino sul tovagliolo aperto sul tavolo e si alzò.

«Arrivo!»

Attraversò la stanza, fece girare le chiavi nella toppa e aprì.

«Che succede stavolta?» Aminah irruppe in casa. Si guardò attorno e puntò decisa il divano.

«Da quanto sta così?» chiese, poggiando la borsa da medico, che teneva in mano.

Niko guardò l’orologio sul muro.

«Quindici minuti» rispose, impalato sulla porta, mentre l’amica premeva l’indice e il medio sul polso di Soti.

Era felice fosse lei la prima a essere arrivata. Da anni aveva una cotta per Aminah e non gli dispiaceva vederla piombare in casa in piena notte. Aveva sempre sognato il momento in cui, coraggio alla mano, l’avrebbe fissata negli occhi verdi incassati nel viso d’ebano, così duro nei lineamenti eppure altrettanto affascinante, e le avrebbe chiesto di uscire con lui.

Ma non l’aveva mai fatto e, per ora, doveva accontentarsi di quelle visite d’emergenza.

«Spostati!»

Stella urtò Niko con la spalla, lo fece arretrare di qualche passo e irruppe in casa,.

La migliore amica di Soti corse al suo capezzale.

«Come sta?» chiese ad Aminah.

«I parametri sono buoni, però devo sapere cosa si è calata…»

«Nulla!» Stella, con fare drammatico, si ritrasse e portò la mano al petto. Il seno prosperoso, coperto dal vestito a fiorelloni lungo fino alle caviglie, sobbalzò.

«Non ne ho idea, ha giusto fatto in tempo a entrare in casa, poi è svenuta» rispose Niko, chiudendo la porta di casa.

«Ditemi almeno che le avete fatto fare quei prelievi…» disse Aminah scuotendo il capo.

Niko abbassò lo sguardo per sfuggire a quegli occhi che tanto gli piacevano ma che, in quel momento, fiammeggiavano d’ira.

Stella iniziò a giocherellare con la collana.

«Non è difficile. Avete l’impegnativa, dovevate solo portarla a fare quel cavolo di prelievo. Vi chiedo troppo?»

«No» sussurrò Niko, fissandosi la punta delle scarpe.

«A dire il vero, Soti ha detto niente ospedali… e niente medici!» Stella mollò la collana e si mordicchiò il pollice.

«Non sono ancora un medico, mi mancano tre esami.» Aminah lanciò un’occhiataccia all’altra ragazza. «Però una cosa la so anch’io: Soti non può stare qui, dobbiamo portarla in Pronto Soccorso!»

«No!» Questa volta il diniego di Niko arrivò quasi urlato. «Lei non vuole!»

«Perché?»

«Perché non crede alla medicina tradizionale» Si intromise Stella.

«Veramente quella sei tu…» Niko si pentì immediatamente di aver pronunciato quella frase.

Il volto di Stella divenne rosso fuoco, assunse dodici espressioni diverse che andavano dallo sconcerto all’ira, e si stabilizzò sulla modalità stizzita. Sollevò il mento e guardò un punto imprecisato dall’altra parte della stanza.

«Io e Soti siamo grandi amiche, per questo abbiamo idee simili…»

Niko si limitò a scuotere la testa.

«Mettiamo caso che non si tratti di droghe…» riprese a parlare Aminah «potrebbe essere epilessia. Ci sono tante forme che non prevedono crisi tonico cloniche…»

La studentessa di medicina si alzò in piedi si parò davanti a Niko. Era più alta di lui di almeno dieci centimetri. Gli poggiò una mano sulla spalla e si fece ancora un po’ avanti.

«Dammi retta, non è come le altre volte. Non risponde allo stimolo doloroso, dobbiamo portarla in ospedale.»

Niko abbassò nuovamente lo sguardo, indeciso.

«Chiamo il 112?» chiese Aminah.

«Ti ho detto di non farlo» rispose Stella.

5

Esplosioni di luci colorate mi abbagliano.

Fluttuo distante dal mio corpo.

Non sono più in ospedale, attorno a me percepisco altre persone.

Niko e il suo calore quasi fraterno. Aminah e la sua volontà ferrea. Stella e la sua esuberanza.

E poi… c’è qualcosa che non comprendo. Nonostante la presenza dei miei amici non mi sento al sicuro: qualcosa mi sorveglia.

È una presenza ingombrante.

C’era anche quando ero sdraiata in quella sala operatoria, ne sono certa.

Dev’essermi rimasta aggrappata addosso.

Ho di nuovo freddo e la scapola ricomincia a farmi male.

Possibile che io sia morta?

Spero per lei che sia così, altrimenti quella vecchiaccia avrà parecchie cose da spiegarmi…

6

Niko, seduto su uno sgabello nella sala d’attesa del Pronto Soccorso, accanto alla macchinetta degli snack, era impegnato a spolparsi le nocche: Aminah non era ancora tornata.

L’unica nota positive era che Stella, infuriata con loro, cercava di sbollire la rabbia consumando le scarpe a furia di passeggiare nel parcheggio.

Una ragazza, all’incirca della sua età, dormiva rannicchiata su una sedia. Di tanto in tanto un uomo, probabilmente suo padre, arrivava portandosi dietro l’odore di tabacco, le si avvicinava e sistemava la giacca con cui l’aveva coperta.

Con lamenti continui, e fitte sempre più forti, lo stomaco protestava per l’assenza di cibo.

Niko infilò per l’ennesima volta la mano in tasca e rovistò alla ricerca di una moneta che sapeva di non avere. Corrugò la fronte e lanciò un’occhiataccia al cambia monete con il display rosso del “Fuori servizio”.

La porta della zona emergenze si spalancò e uscì Aminah.

Si era infilata il camice bianco che usava per il tirocinio ed era ancora più bella del solito.

La ragazza lo raggiunse.

«Stella non è ancora rientrata?» chiese.

«No, lo sai che è contro gli ospedali…»

«Già…» Aminah si guardava attorno, come se controllasse che non ci fosse nessuno. «Recuperala, ci vediamo all’ingresso dipendenti…» disse, mordicchiandosi il labbro inferiore, e si voltò per allontanarsi.

Niko si sporse in avanti e l’afferrò per il polso.

«Sta bene?» chiese.

Non era abituato a vedere l’amica così nervosa.

Aminah si passò la lingua sulle labbra, inspirò profondamente e lo guardò di tralice.

«C’è qualcosa che non mi torna, per questo ho bisogno di voi…»

7

Cazzo!

Lo sapevo.

Solo io riesco a infilarmi in queste situazioni di merda.

Mi sono fatta abbordare al parco da una vecchia pazza, l’ho ascoltata farneticare di magia, forze oscure, streghe… devo aver detto anche qualcosa tipo: “Anch’io voglio essere una strega”.

Ma come ho fatto ad accettare di farmi tatuare?

Nel suo scantinato poi…

Devo avere la malaria, o qualcosa del genere.

Forse il tetano…

Però devo ammettere che non è male come tatuatrice; nonostante le manine rachitiche e un accenno di parkinson, ieri ho intravisto il disegno incompleto sulla scapola, allo specchio, e mi piaceva.

Peccato solo che ora sia prigioniera in questo nulla.

C’è stato un momento in cui ho creduto di riprendere il possesso del mio corpo. Poi è sparito di nuovo tutto.

Mi sento come se fossi chiusa in una scatola e fuori ci fosse qualcosa di brutto a fare la guardia.

8

Niko conosceva l’ingresso dipendenti dell’ospedale perché ci aveva accompagnato qualche volta Soti. Quando arrivarono davanti alla pota a vetri, Aminah li stava già aspettando.

«Adesso mi dici cosa sta succedendo!» esordì Stella, le mani ai fianchi e la testa che ciondolava.

«Vi spiegherò tutto mentre andiamo…»

«Dove?» chiese Niko, ma le due ragazze erano già entrate. Dovette correre per raggiungerle.

«Ho una buona notizia: tutti gli esami di Soti sono negativi.» disse Aminah accompagnandoli lungo il corridoio che univa il corpo centrale dell’ospedale al Pronto Soccorso.

«Te l’ho detto che non serviva portarla qui…» Stella gonfiò il petto in segno di vittoria.

«Già, inizio a crederlo anch’io…»

Niko quasi trasalì sentendo Aminah dare ragione all’amica.

«Fatto sta che c’è qualcosa che non mi torna. Tramite un amico ho letto la cartella di Soti e non riesco a capire perché l’abbiano portata in sala operatoria.»

Niko andò a sbattere contro Stella, che si era bloccata di colpo.

«Cosa vuol dire sala operatoria?»

«Vogliono operarla, ma non riesco a capire il motivo. Ho chiesto al mio amico ma non ha saputo spiegarmelo.»

«Chi la deve operare? Chiedi a lui…» a Niko sembrava una soluzione così semplice.

«Avrei voluto farlo, ma non sapete quanto è stronzo il chirurgo. Lo odiano tutti e si dileguano quando avvistano il suo ciuffo rosso nei corridoi. Non c’è modo di chiedergli un favore.»

«Quindi, che facciamo?» Stella sembrò destarsi e ricominciò ad agitare la mano davanti al viso.

«L’unica cosa in nostro potere: Niko, suo fratello, chiederà un colloquio!»

«Ma…» provò a protestare lui.

«Non ti preoccupare, ho il foglio firmato dalla guardia che ha verificato la tua identità…» Aminah abbozzò un sorriso. «Non so perché, ma in ospedale mi adorano tutti.»

Il cinguettio di Aminah colpì Niko al cuore, dilaniandolo.

9

Sento il mio corpo vicino.

Sono ancora viva, ma non riesco a muovermi.

Devo essere in coma.

Qui da qualche parte dovrebbe esserci il tunnel da seguire…

O forse non andava seguito?

Poco male, tanto sono ferma in questo non mondo, che mi flesha luci in faccia nemmeno fossimo a un rave.

«Chi sei?»

O porca puttana, e adesso da dove arriva ‘sta voce?

«Sento che ti stai formando, è stata una fortuna incontrarti mentre sei in incubazione…»

Okay. Senti, Vocina nella testa, io non ho la più pallida idea di dove mi trovi, ma tirami subito fuori di qui!

«Certo che lo farò, ma non credo ti piacerà…»

Ci mancava solo la vocina stridula che mi minaccia…

10

«Chi è?» una voce maschile gracchiò dal citofono della sala operatoria.

Niko inspirò profondamente e fissò le due amiche, che annuirono.

«Sono il fratello di Sotiria Giannasso…»

I pochi secondi di silenzio che seguirono furono i più lunghi della vita di Niko.

«Cosa vuole?»

«Come cosa vuole? Apra la porta o la sfondo!» Stella era paonazza in volto e aveva gli occhi fuori dalle orbite.

«Non c’è bisogno di alterarsi. Arrivo…»

Un rumore secco chiuse la comunicazione.

«Ma vedi un po’ ‘sto qua…» Stella sferrò un pugno all’aria. «Fanno di quelle domande che ti vien voglia di…»

«Ti pregherei di non pestare nessuno. Io vorrei laurearmi…» Aminah fece spallucce e si nascose dietro Niko per evitare la reazione dell’amica che lo fulminò con lo sguardo.

«Dille che Soti è più importante della sua laurea…»

Il ragazzo annuì, spaventato.

11

Vocina nella testa, che fine hai fatto?

Niente da fare, anche la follia mi sta abbandonando e ancora non vedo nessun tunnel.

Però posso sentire le mie mani. È più un ricordo che il vero tatto, ma ci sono quasi.

La scapola inizia a bruciarmi: maledetto tatuaggio!

12

La porta della sala operatoria si aprì e uscì un uomo in camice blu.

«Che volete?» chiese, in maniera brusca.

Una gomitata sul costato risvegliò Niko, che stava cercando il ciuffo rosso del chirurgo sotto la cuffia colorata.

«Vorremmo delle informazioni su mia sorella» si affrettò a dire.

Niko, perché sento la tua voce?

«È tuo fratello?»

No, è il mio migliore amico.

Il chirurgo lo squadrò.

«Non sei suo fratello, non posso darti informazioni. Tornate quando ci sarà un parente, vero…»

Niko, aiuto!

L’uomo si voltò e fece per chiudere la porta, ma Stella fu lesta a bloccarla con il piede.

«Non ce ne andremo finché non avremo notizie…»

Stella, ci sei anche tu…

Aiutami, ti prego…

«Niko, Stella, fatemi fare il mio lavoro!»

Sentendo il proprio nome pronunciato da quello sconosciuto, Niko fece un passo indietro.

«E tu, vuoi veramente giocarti il tuo futuro per questi?»

Aminah poggiò la mano sulla spalla dei due amici, li scostò e superò la porta. Si guardò attorno e sorrise.

«Noi non ce ne andremo finché non ci dirà cosa sta succedendo. Perché non c’è nessuno con lei, opera solo?»

Aminah…

Il chirurgo si spostò e li fece entrare.

«Vi dirò tutto,

Poveri illusi!»

No, fermo!

Cos’è questa forza che sento?

È il mastino di prima ma è molto più potente.

Niko, Aminah, Stella: scappate, siete in pericolo.

«Cosa sta succedendo a Soti?» Stella avanzò minacciosa verso il chirurgo che, per nulla intimorito, si voltò dandole le spalle.

«Venite. Ho detto che vi avrei raccontato tutto. Farò di più: ve lo mostrerò…»

Attraversarono insieme una porta blu, spessa diversi centimetri, e si ritrovarono nella sala operatoria.

Soti era sdraiata, nuda, su un lettino al centro di un pentacolo tracciato col gesso sul pavimento.

«Cosa cavolo…» le parole di Niko uscirono accompagnate da nuvole di condensa.

Alcuni neon esplosero.

Niko afferrò Stella e la trasse a sé, allontanandola dall’uomo. Al suo fianco, Aminah si acquattò a terra con le mani a protezione sulla testa.

Lasciali stare!

«Goditi lo spettacolo. Non puoi vederlo ma le urla ti dovrebbero bastare…»

Gli ultimi neon scoppiarono e una folata di vento investì Niko.

I piedi si staccarono dal pavimento e volò contro la parete alle sue spalle.

L’impatto gli mozzò il fiato. La vista si appannò e sentì l’urlo straziante di Stella.

Lasciali stare, bastardo!

Bastaaa!!!

13

Sono in piedi sul lettino di una sala operatoria. Niko e Aminah a terra, Stella sospesa a mezz’aria.

«Ti ho detto di lasciarli stare!» urlo.

Salto verso l’uomo con il camice blu e la cuffietta colorata. O forse volo, non lo so. Perché sono ancora leggera, ma stavolta un corpo ce l’ho.

L’uomo si volta e spalanca la bocca. Avrà almeno un centinaio di denti disposti su più file. La pelle incartapecorita e gli occhi gialli.

Dovrei essere spaventata, ma sono troppo incazzata per rendermene conto.

E poi mi sento forte.

Lui si scaglia verso di me, le mani protese in avanti.

È lento.

Scanso di lato, lo afferro per il polso e lo strattono.

Però non lascio la presa.

Sollevo la gamba, poggio il piede sotto la sua ascella e tiro il braccio verso di me: mi rimane in mano persino la spalla.

Il resto dell’uomo cade a terra.

Stavolta è lui a urlare.

«Ti fa male?» chiedo.

Lui non risponde e riparte all’attacco.

Probabilmente la colpa è dello stress accumulato. Un’idea malsana mi attraversa la mente ed è subito in atto: colpisco il mio avversario brandendo il suo braccio.

Prima al ginocchio e lo faccio cadere a terra.

Poi in volto.

Una, due, tre volte.

E ancora.

E ancora.

Finché mi accorgo che è rimasto un corpo inerte senza testa.

Mi fermo, lascio cadere il braccio sulla carcassa e mi giro verso i miei amici.

Hanno strane espressioni dipinte in volto. Tra lo spaventato e il terrorizzato.

«Soti, stai bene?» la voce di Aminah trema impercettibilmente. Mi viene incontro, ha un lenzuolo in mano con cui mi copre.

Stella ci raggiunge, mi abbraccia e rifila un calcio al cadavere.

«Bastardo!» sibila mentre quello si scioglie lasciando una poltiglia appiccicaticcia a terra.

Niko è ancora immobile, gli occhi sgranati e la mascella spalancata.

«Hai intenzione di startene lì impalato tutta la notte?» lo stuzzica Aminah.

Lui scuote il capo e fa spallucce.

«Io vorrei cenare» piagnucola.

Scoppio a ridere e annuisco.

«Però prima mi accompagnate in un posto…»

14

«Sai che potevamo morire?» chiedo.

La vecchia è seduta sul divano con gli occhi impastati dal sonno.

Non potevo aspettare che fosse mattina.

«Avevo detto: niente ospedale. Sapevo che quel coso si stava nutrendo dell’energia dei pazienti.»

«Colpa mia…» Aminah solleva la mano.

Le sorrido. «Non importa di chi è la colpa. Sta di fatto che mi hai fatto qualcosa senza avvisarmi…»

«Te l’ho detto più volte che ero una strega e che saresti stata la mia pensione.»

«Credevo fossi solo una pazza.»

«Beh, non è così. Ora tu hai i miei poteri…»

«E che devo fare?»

«Quello che faccio io da sempre: sorvegli.» La vecchia afferra una piccola confezione di latta e la scoperchia. «Biscotti?» chiede.

«Sì!» Niko si fionda sulla preda come un felino.

«Ma se non so fare nulla.»

«Imparerai.»

«E come?»

«Con quelli…» L’anziana si gira e indica una pila di libri che non avevo notato.

«E tu non mi aiu…» non faccio in tempo a finire la frase. La vecchia svanisce sotto i miei occhi.

Mi alzo e raggiungo il divano, al suo posto è rimasto un depliant di Honolulu.

«E ora?» chiedo voltandomi verso i miei amici.

«Io andrei a mangiare» dice Niko.

«Passo» risponde Aminah, andando verso l’uscita «Domani sono in ospedale.»

«Io ci sto!» Stella sorride.

«Andiamo.» Mi alzo, guardo la pila di libri e sbuffo. «Però torniamo presto, mi attendono sessioni di studio straordinarie!»

Quella zombie, non è un’apocalisse per bambini!

Piccoli, imprevedibili e fastidiosi. Sono quanto di peggio possa capitarvi durante un apocalisse zombie.

No, anche se con loro hanno tanto in comune, non sto parlando dei gremlins ma dei bambini.

Nelle grandi produzioni non se ne vedono tanti, forse per una questione di politically correct ma più probabilmente perché i cuccioli d’uomo sarebbero assolutamente ingestibili in caso di invasione zombie.

Immaginate una giornata (post-apocalittica) tipo: mamma, papà e bambino si svegliano e iniziano a preparare la colazione.

Considerando che il panettiere è stato sbranato un mese fa, e che il supermercato è diventato il covo di un gruppo di sopravvissuti dediti al cannibalismo, da mangiare è rimasta solo una scatoletta di crauti portata dal vostro caro amico Diego alla grigliata di due anni orsono. Suddetta scatoletta, probabilmente già scaduta nel momento in cui vi veniva affidata “ma tanto è risaputo che la roba in scatola non va a male”, emana fluorescenza e nel momento dell’apertura rilascia uno sgradevole odore acre.

Mamma reagirà sorridendo, papà storcerà il naso e il piccolo demone, che credevate essere vostro figlio, inizierà a lamentarsi perché vuole un Kinder fetta al latte.

Superato la prima diffidenza, e dopo la vostra paziente opera di convincimento basata sulle proprietà nutritive dei crauti scaduti, il bambino potrebbe fare colazione o, più probabilmente, potrebbe decidere di saltare il pasto.

I minuti successivi vedranno i genitori struggersi sul da farsi: la dispensa è vuota ma nessuno dei due ha voglia di uscire a fare shopping. Eppure il peggio deve ancora venire, la discussione muore in fretta: il bambino, spostatosi in sala, si annoia!

Andate a spiegare a un bambino dell’età compresa tra i 2 e i 12 anni che la noia equivale a essere ancora vivi. Vi accorgerete che non è cosa semplice…

A questo punto, uno dei due genitori si impegnerà a intrattenere il piccolo e l’altro uscirà di casa per procacciare cibo con nel cuore la recondita speranza di essere sbranato.

Sicuramente la mia visione è pessimistica ma credo che la giornata (post-apocalittica) tipo, in compagnia di un bambino, non possa superare la durata di un’ora. Se non mi credete andate a guardare “The Walking Dead”. La serie della AMC Studios ci ha fornito parecchi spunti di riflessione.

Nella puntata pilota ce ne presentano due:

  1. Il figlio di Morgan che, per quanto sia grandicello e quasi autonomo, sarà la causa della follia del padre.
  2. La piccola con il pigiamino rosa, il sorriso poco rassicurante e il peluche che lancia un messaggio inequivocabile: il bambino muore in fretta!

Nonostante l’inizio choc la produzione non sembra averne mai abbastanza di bambini così già nalla seconda puntata incontriamo Carl (il più longevo della serie) e Sophia.

La figlia di Carol, dopo una fuga abbastanza stupida, causerà una delle parti più noiose dell’intera serie: una caccia estenuante (più per lo spettatore che per i protagonisti) che però avrà un culmine degno di nota.

Nello stesso periodo, l’erede designato di Rick, con tanto di cappello da sceriffo e pistola, passerà quasi tutto il tempo in coma per colpa del primo di tanti buchi che si ritroverà nel cranio.

Quindi, a nemmeno un giro di boa, abbiamo quattro bambini petulanti che cacciano tutti nei guai.

Però TWD ci insegna che al peggio non c’è mai fine così, mentre Rick, Shane (già morto) e Lori decidono di mettere al mondo Judith “Spaccaculi”, sullo schermo compaiono due adorabili sorelline: Lizzie e Mika Samuels. Loro restituiscono la voglia di vivere a Carol giusto il tempo per rigettarla in un baratro senza fondo. L’insana passione di Lizzie per gli zombie causerà quella che, a mio avviso, è stata la parte più tremenda dell’intera serie.

Nel frattempo un numero imprecisato di bambini muore, giusto per sottolineare la fragilità della vita durante l’apocalisse.

Da qui in poi compaiono altri neonati, infanti, bambini e ragazzini di poco conto. Quasi tutti vengono strappati dalle braccia dei genitori per finire tra quelle caritatevoli di chi li ha resi orfani.

A questo punto dovreste aver cancellato ogni vostro dubbio: quella zombie, non è un’apocalisse per piccoli!

Per ovviare questo problema io ho iniziato un duro addestramento con i miei figli che, servizi sociali permettendo, mi permetterà di avere al mio fianco tre piccoli ammazza zombie.

Se l’articolo ti è piaciuto puoi leggere anche quelli che l’hanno preceduto…

Sweet apocalypse home

Casa, durante l’apocalisse zombie, sarà qualsiasi posto in cui sentirsi al sicuro. Un tombino mentre l’orda vi passeggia sulla testa, dei rami su cui avete trovato un materasso, il cesso pubblico sempre che uno zombie non abbia moneta in tasca… insomma, un posto in cui non diventare uno spuntino.

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Diverso è per il PS (Posto Sicuro) o anche il PST (Posto Sicuro Temporaneo).

Come già detto, il PST è composto da 4 mura, due vie di fuga e qualche scorta alimentare che possa farvi resistere anche qualche settimana. Un rifugio di fortuna che vi permetterà di superare la fase di degenero totale ma da cui, presto o tardi, dovrete fuggire. Questo per via della sfortuna che non vi ha permesso di raggiungere il vostro PS o perché non avete un PS.

Quindi, se non volete diventare il piatto principale del Giorno Zero, è il caso di costruirselo questo benedetto PS!

Il Posto Sicuro e come costruirselo!

Appurato il fatto che la parola “Sicuro”, durante una qualsiasi apocalisse, lascia il tempo che trova vediamo cosa non deve mancare in quello che può diventare il rifugio ideale.

E luce fu.

Per prima cosa bisogna pensare all’energia elettrica.

La diamo per scontata e forse pensiamo di poterne fare a meno, in fondo l’uomo del diciottesimo secolo non la conosceva eppure sopravviveva. Ma noi non siamo nel 1700 e senza elettricità saremmo perduti.

Quindi che aspettate: sotto con i pannelli solari che, allo stato attuale delle cose, male non fanno e potrebbero concedere qualche secondo in più alla Terra.

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Scarterei a priori i generatori a benzina, troppo rumorosi e da rifornire. Se una cosa l’ho imparata, in tutti questi anni di film horror, è che il carburante finirà in piena notte e quando uscirete per fare rifornimento morirete nel modo più atroce.

Pensate anche a un “gruppo statico di continuità”, negli attimi prima della fuga la luce non deve mancare!

Date da bere agli assetati.

Come dicono studi di ultimissima generazione (forse poco attendibili ma chi sono io per contraddirli?) l’uomo è composto per il 90% da acqua.

Una cosa però è certa, dopo i primi giorni verranno meno tutte le forniture, tra cui l’acqua potabile. Una mattina aprirete il rubinetto e non ci sarà più pressione. A questo punto, se sarete impreparati, l’urina sarà la vostra ultima possibilità di sopravvivenza, ma parliamoci seriamente: alla lunga stanca e non cuoce bene la pasta!

La soluzione è una e una soltanto: costruite cisterne per raccogliere la pioggia.

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Sia che siate in una casa di campagna o in un palazzo in città, il consiglio è di trovare il modo di incanalare e conservare l’acqua piovana.

Anche un pozzo può andare bene, ma attenti alle sorprese…

Il fuoco di Dio.

Anche solo per scaldare l’acqua piovana, e renderla potabile, sarà fondamentale avere dei fornelli. Però, tenendo presente che non si potrà più fare affidamento sulle forniture (quindi niente gas), e scartando a priori stufe e camini che vi costringerebbero a uscire per recuperare la legna, sfruttare l’energia dei pannelli solari mi sembra la cosa migliore. Quindi, sotto con i fornelli a induzione che, tra le altre cose, vi faranno proseguire nella vostra linea green…

Il silenzio è d’oro

Questo punto mi tocca da vicino.

Da sempre sono convinto che, dovessi anche superare i primi istanti dell’apocalisse e arrivare sano e salvo al PS, la notte mi sarebbe fatale. Il perché è semplice: russo a livelli inimmaginabili. Se avete il minimo sospetto che io stia esagerando, ripensateci. Faccio talmente tanto rumore da infastidire, e svegliare più volte a notte, me stesso.

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Quindi la mia unica possibilità di sopravvivere è quello di insonorizzare il PS. E questo vale anche nel mondo attuale!

Il giardino dell’Eden

Partendo dal presupposto che il PS dovrà essere invaso da scatolette di ciboa lunghissima conservazione e quintali di pasta, un po’ di verdura non dovrà mancare. Il modo più semplice per far crescere qualcosa di verde, che non sia il muschio sulle vostre magliette, sarà l’idrocoltura.

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Acqua, luce, lana di roccia, qualche nutriente e il gioco è fatto. Avrete verdura fresca tutto l’anno!

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

Immaginate il mondo al buio, senza luci. E ora pensate al vostro PS, illuminato a giorno anche a mezzanotte. L’effetto sarà quello di un ufo durante una notte priva di luna e nuvole.

Direi che questa cosa è da evitare, meno date nell’occhio e più possibilità di sopravvivere avrete. Quindi: luci spente di notte e sotto con tendoni, assi alle finestre, vetri oscurati, altri tendoni, altre assi, altri vetri… nessuno dovrà rendersi conto della vostra esistenza.

Ne ferisce più la penna della spada, ma una mina fa più danni.

Non c’è PS senza protezioni esterne. Assodato che il modo migliore per tenere tutti al sicuro è quello di non attirare l’attenzione di vivi, morti e deambulanti in generale se qualcuno dovesse avvicinarsi troppo sarà il caso che il perimetro esterno sia ben difeso.

Quindi, sotto con recinzioni, barriere di fortuna, campi minati, sensori di movimento… insomma, chi più ne ha più ne metta.

Di recente mi è stato sottoposta un’idea interessante, con tapis roulant che circondano il perimetro della casa, ma mi prendo qualche tempo per valutare meglio la proposta…

L’occhio di Dio

Sapere quello che vi sta capitando attorno può aiutare, saperlo con largo anticipo può farvi sopravvivere. L’ideale sarebbe quello di montare telecamere, più o meno vicine al perimetro esterno del PS, per anticipare l’arrivo di orde di zombie o vicini di casa troppo impertinenti. Non credo che, in piena apocalisse, qualcuno verrà a suonarvi alla porta per chiedervi un po’ di zucchero. Quindi: occhi bene aperti e diffidenza a livelli massimi.

Se siete dei boss della sopravvivenza, preparate una vera sala di controllo da cui monitorare gli spostamenti dei vostri compagni durante qualsiasi sortita esterna. Droni e camere portatili possono tornare utili.

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Direi che per ora è tutto, così dovreste avere un PS di tutto rispetto, ma non escludo aggiornamenti. Ci sono altri punti da approfondire.

Per esempio: questa pupù dove la metto?

Riflettete…

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9 regole per sopravvivere al giorno zero di un’apocalisse zombie

Oggi cercherò di spiegarvi come sopravvivere alle prime fasi dell’invasione zombie. Per rendere tutto più facile creerò un elenco di 9 punti.

Regola N°1: Orecchie tese e occhi ben aperti!

“Siamo alla fine del XX secolo: il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche, sulla faccia della terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti, tuttavia la razza umana era sopravvissuta.”

Avete tre secondi per dirmi da dove arriva questa frase…

3…

2…

1…

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L’apocalisse zombie è come un Testimone di Geova che ti citofona a casa mentre tu aspetti un pacco da Amazon!

Parliamoci seriamente, l’invasione zombie non sarebbe poi questa gran catastrofe. Già oggi le conversazioni interessanti latitano. Sostituire i lamenti di un umano con quelli di un morto vivente non sarebbe poi questa catastrofe.

È tutto molto interessante

Continua la lettura di L’apocalisse zombie è come un Testimone di Geova che ti citofona a casa mentre tu aspetti un pacco da Amazon!

Apocalisse Zombie: Dress Code!

Come ogni party che si rispetti, l’apocalisse zombie ha un dress code ben definito. Non c’è da stupirsi, in fin dei conti sarà un evento unico, probabilmente irripetibile.

Non credete di poter aggirare la cosa, ogni personaggio ha il suo abbigliamento riservato da cui non può scappare. Nei primi giorni ci saranno telecamere in ogni angolo, pronte a immortalarvi e tutto dovrà essere perfetto. Non sarà facile guadagnarsi il primo piano che farà il giro del mondo, quindi fate attenzione a queste indicazioni. Continua la lettura di Apocalisse Zombie: Dress Code!