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Hello boy, I’m sorry for your death

Milano, 13 agosto.

Ospedale Santa Pazienza.

Turno di notte.

Sono ancora qui.

Dal mio punto d’osservazione posso vedere solo una minima parte del corridoio che porta all’astanteria. Figure più o meno tristi mi sfrecciano davanti per raggiungere il posto in cui i loro problemi troveranno una soluzione. O almeno, questo è quello che credono. In verità si ritroveranno davanti uno specialista dalla erre moscia che cercherà su Google le risposte ai loro acciacchi. I più fortunati, invece, avranno l’onore di farsi curare da Merlino, il medico che porta sulle spalle trent’anni di dura professione e che come unico scopo nella vita ha quello di raggiungere la pensione.

Mi chiamo Alberto, di professione faccio l’infermiere e queste sono le mie memorie.

Premo invio e, dalla porta accanto alla mia scrivania, arriva il rumore di due vibrazioni ravvicinate, inequivocabile segnale che Angela ha ricevuto il mio messaggio.

Passano pochi secondi e la voce della mia collega riempie la stanza.

«Albé, si proprio nu strunz!» ride e, come diceva sempre mia madre: “Donna che ride, mutanda che cade”.

«Quindi stanotte si tromba?» le chiedo scegliendo attentamente le parole. Devo fargli sentire tutto il mio appeal lumbard!

«Manco se mi cavano gli occhi!» ride ancora.

Buon segno. So di essere sulla strada giusta, se un donna dice no in realtà vuole dire sì e questo è il suo centesimo no ad altrettante richieste d’amplesso. Ormai sono sicuro che ci stia, manca solo l’occasione giusta.

«Uè ninetta, stanotte sembra tranquilla, che ne dici se ci vediamo nella farmacia?»

«Lassame sta, tengo altri pensieri per la testa.»

Il suo accento napoletano mi fa accapponare la pelle, soprattutto ora che una parete ci separa e non posso fissarle le poppe mentre parla, ma il solo pensare alla scollatura della divisa mi passa il razzismo e sento Achille premere contro i pantaloni.

«Guarda che non è sempre natale. Io sono un treno che passa una volta sola…»

«E io non tengo il biglietto! Mo fammi lavorare.» Sento il rumore del pulsante del suo mouse, l’unico numero presente sul mio monitor si evidenzia e una voce metallica nella sala d’attesa scandisce un codice.

«Anzi, mo fa na cosa: sono le tre di mattina, cercati un branda e vai a dormire che alle quattro e mezza ho un appuntamento con Salvo e vorrei starmene un po’ tranquilla. Mi copri tu?» Il suo mezzobusto compare dallo stipite. Le zinne oscillano per la frenata brusca. Per un attimo temo possano sganciarsi dal reggiseno e finirmi in faccia. Sorrido inebetito e annuisco.

Lei strizza un occhi «Si n’angelo!» dice e sparisce nuovamente nella sua saletta sbattendo la porta che ci separa.

Quando le tempie smettono di pulsarmi e il battito cardiaco torna regolare, cerco di tradurre quello che mi ha detto. Giungo alla conclusione di aver frainteso: Salvo è un troglodita Palermitano. Passa buona parte della sua esistenza tra la palestra e il solarium con l’unico risultato papabile quello di avere divise sempre troppo attillate sui bicipiti e denti troppo chiari rispetto alla pelle abbronzata.

Abbasso lo sguardo sul cotone verde tirato sul mio addome, che sfiora la scrivania. Lo sanno tutti e lo ripeteva sempre anche mia madre: “Omo de panza, omo de sostanza”. Lei che era rimasta vedova a quarant’anni – mio padre l’ha stroncato un infarto precoce – e che a sua volta aveva ceduto troppo presto alle avance della mietitrice di morte camuffata da cannolo alla siciliana che l’aveva soffocata.

Sbuffo e mi passo le mani tra i capelli leggermente umidi. Lo sguardo mi cade prima sulla ciocca di peli arruffati che sbucano dalla manica corta della divisa e poi sul monitor su cui è comparso un altro codice. Sposto il puntatore del mouse, lo seleziono e poi digito sul tasto “CHIAMA”.

La voce metallica dice una lettera seguita da tre numeri.

«Faccio questo e poi vado in pausa» urlo, nella speranza che la mia voce possa superare la porta chiusa.

Mentre cerco di tradurre le ultime parole di Angela, sono certo che volesse dirmi qualcosa con quel “Ho un appuntamento con Salvo e vorrei starmene un po’ tranquilla” ma non riesco a capire cosa, delle ciabatte strisciano sul pavimento di linoleum.

Guardo l’ora: sono le tre e un quarto, è il momento ideale per uno pschiatrico qualsiasi che non riesce a dormire per il troppo caldo.

Non faccio nemmeno in tempo a formulare il pensiero che un anziano, capelli e barba bianchi troppo lunghi e arruffati, compare sulla soglia. Ha in mano il bigliettino con il codice appena chiamato, che gli ha dato la macchinetta nella sala d’attesa.

«T2?» chiede, reggendosi con la mano ossuta allo stipite.

«Sì, triage due» confermo.

Dal poco che sono riuscito a sentire, almeno non sembra un terrone e neppure un extracomunitario. Il suo è più un accento toscano. Per il resto penso di esserci andato vicino. Ai piedi ha dei sandali lisi da cui sbucano delle unghie lunghe e indossa un drappo rosso che gli ricade dalla spalla destra.

«Gentilissimo» dice, avanzando.

Accenno ad alzarmi e indico la sedia davanti alla mia scrivania.

«Si accomodi pure!»

Si siede, poggia il braccio sul lettino che uso per fare gli elettrocardiogramma e inizio a fiutare l’aria. Dovrei sentire il tanfo dolciastro dell’alcool e invece le mie narici vengono assalite dall’odore del ferro arrugginito.

«Posso avere un documento?» chiedo, stendendo la mano sinistra sotto il suo naso e cliccando sul tasto “Anagrafica” con l’altra.

«Purtroppo non l’ho con me.» Sorride e mette in mostra una sfilza infinita di rughe che rendono la sua faccia simile a quella di un elefante.

«Poco male, è mai stato qui?»

«Circa vent’anni fa…» dice, guardandosi attorno.

«Allora proviamo a cercarla nell’anagrafica. Nome?»

«Leonardo.»

«Cognome?»

«Da Vinci.»

«Tutto attaccato?» chiedo automaticamente. Nella mia testa torna nitida l’immagine delle tette di Angela che oscillano a poche spanne dalla mia faccia e sorrido ancora.

«No, staccato.»

«Data di nascita?» Mentre digito penso che potrei finire di triagiare questo catramone per poi ripartire all’assalto. Anche se l’appuntamento fosse vero, avrei più d’un ora per farle cambiare idea. E poi, meglio guardare la scollatura di lei che la faccia di questo qui.

«Quindici aprile, millequattrocentocinquantadue.»

Finisco di scrivere sotto dettatura e clicco sulla lente d’ingrandimento. Il terminale inizia a cercare l’anagrafica per compilare i campi mancanti e io mi convinco che la scelta migliore sia quella di continuare a provarci con Angela. In fondo: “Il no di una donna è un sì” e mai ci fu no più sì di questo nella storia.

Sullo schermo compare la maschera d’errore.

«Da Vinci Leonardo» rileggo quello che ho scritto «lei è sicuro di essere nato il quindici aprile millequattro…» Mi blocco e correggo quel quattro con un nove. Va bene che sembra vecchio, ma cinquecento anni sono troppi anche per lui.

Premo nuovamente sulla lente e pochi istanti dopo torna l’errore.

«Non è nei terminali. Devo inserire i dati a mano.»

«Luogo di nascita?»

«Anchiano.»

«Computer di merda!» impreco e mi trattengo per non tirare un pugno alla scrivania. La clessidra frulla e rimane in ricerca, potrebbe impiegarci ore.

Torno a guardare Leonardo Da Vinci e una bestemmia mi muore tra i denti, detesto quando faccio la figura del pirla.

«Immagino che Anchiano sia vicino a Vinci…» La macchina continua a frullare e mi rendo conto che il mio cervello non è da meno.

«Esatto, vicino a Firenze.»

«Quindi anche la data di nascita è esatta?» Corrugo la fronte e inarco il sopracciglio destro. Ho già visto quel volto sui libri di scuola.

«Quindici aprile millequattrocentocinquantadue.»

La naturalezza con cui lo dice è commovente, dev’essere convinto di essere lui.

«Data di morte?» chiedo mentre il computer non vuole saperne di sbloccarsi. Tanto vale giocare un po’ con il prossimo paziente della psichiatria.

Lui distende le labbra in un sorriso enigmatico. «Che domanda, come vede sono ancora vivo…»

«Già, stupido io ad averglielo chiesto.» Mi lascio andare a una risata genuina. «Di grazia, cosa la conduce in questo nosocomio?»

«La curiosità. Sono un vecchio appassionato di anatomia e volevo vedere che progressi ha compiuto la scienza.»

«Allora è nel posto sbagliato, a Milano ci sono decine di ospedali privati in cui avrebbe potuto ammirare macchinari ultra tecnologici. Sa, noi statali. Dobbiamo accontentarci…»

«Non è cambiato molto da’ mi’ tempi. In quell’epoca si doveva affidarci a magnati disposti a finanziare le nostre ricerche e spesso erano dei veri criminali. Qui a Milano ho lavorato nella corte di Ludovico e non è stato facile.»

«Allora è cambiato veramente poco…» Strizzo l’occhio, in un gesto d’intesa, e torno a guardare il computer che finalmente si è sbloccato. Riporto il puntatore del mouse sulla dicitura del nome.

«Riproviamoci: nome e cognome?»

«Leonardo di ser Piero Da Vinci, meglio conosciuto come Leonardo Da Vinci.»

Sbuffo e scuoto la testa, non ne uscirò vivo.

«Mi toccherà registrala come “Anonimo”.»

«Non si preoccupi, può anche non farlo. Non ho bisogno di essere visitato.»

«Eh già, lei è qui per le nuove tecnologie.»

«Non solo, il mio interesse è rivolto anche a voi operatori, mi piace la libertà con cui potete agire. A’ mi’ tempi mi toccava nascondermi per sezionare i corpi. La Chiesa ci opprimeva e l’era rischioso parlare di scienza.»

«Anche in questo non sembrano passati cinque secoli. Tra poco verranno in “Pronto” con le torce e i forconi per bruciare i medici eretici che provano a vaccinarli…»

Mi lancio all’indietro, contro lo schienale della sedia e lascio che la testa ciondoli nel vuoto. Il dilemma è se mandarlo a quel paese e andare a dormire, registrarlo come anonimo e chiamare lo psichiatra di guardia o continuare a chiacchierare aspettando che Angela vada in “pausa”. La prima sarebbe la soluzione meno professionale ma più veloce. Torno a fissare il genio rinascimentale che ora sta schiacciando dei tasti del monitor multiparametrale. Sembra felice come un bambino in un negozio di caramelle o come me in un sexy shop. Prende il sensore del saturimetro e gioca con la luce rossa.

Mi tiro su, poggio i gomiti sulla scrivania e inclino la testa.

«Facciamo finta che tu sia veramente Leonardo Da Vinci» decido di divertirmi con lui «Cos’hai fatto in tutti questi anni?»

Infila l’indice nella pinzetta di plastica che stava maneggiando.

«Non è semplice da spiegare. Diciamo che ho vagato pe’ ‘l mondo e ho incontrato tanta gente interessante. Di recente mi sono dedicato alla musica. Cosa sono codeste cifre?» chiede indicando i numeri sul monitor.

«Quello in percentuale indica la saturazione del sangue, l’altro la frequenza cardiaca.»

«Saturazione?»

Porto la mano al mento e lo massaggio. «Facciamo così: una risposta a testa. Ci stai?» Tanto non ho sonno e nella mia mente si fa largo l’idea che Angela tromberà veramente con Salvo.

Lui si afferra la lunga barba, ci infila le dita e la friziona.

«Ci sto, ma attento alle domande che tu mi farai.»

«Perché?»

«Ci sono risposte che meritano riservatezza.»

«Sarò una tomba» rispondo, sicuro.

«Ne sono certo…»

«Bene, tocca a me. Come fai a essere ancora vivo?»

Solleva lo sguardo e fissa il vuoto.

«Sei uno scienziato, quindi proverò a spiegartelo bene.»

«No dai, fai finta che io non ne capisca molto di scienza.»

Definirmi scienziato è un abominio che farebbe rabbrividire il vero Leonardo, ma tanto ho davanti un pazzo e vale tutto.

«Ho iniziato a studiare il corpo umano perché ero emofiliaco, l’ho scoperto quando è morta mia madre. Dovevo trovare un soluzione, ho sezionato centinaia di corpi e alla fine ho iniziato a sperimentare su di me. Dopo alcuni tentativi è successo qualcosa. Le mi’ ferite si rimarginavano grazie al sangue degli altri. La cosa stupefacente, che intuii solo anni dopo, era che così facendo il mio intero corpo si rigenerava, eppure ogni volta sentivo che stavo perdendo la mia umanità.»

Continuo a lisciarmi il mento mentre sul suo viso si è poggiato un velo di tristezza.

«Dimmi, dove tenete il sangue?»

La sua domanda è una doccia fredda, un cambio repentino che non mi aspettavo. Il vecchio pacifico, con qualche rotella fuori posto, inizia a farmi paura. I suoi occhi mi inquietano. Ha lo sguardo presente, si vede che guarda il mondo con consapevolezza. Sa dove si trova, cosa non comune al giorno d’oggi.

«Nel trasfusionale» rispondo, sollevando le spalle.

«Dove?»

Apro la bocca per dirglielo, ma mi blocco. «E no, ora tocca a me.»

La gola mi si stringe, lui mi scruta e annuisce, ma ha perso i modi gioviali di pochi minuti prima.

«Perché sei qui?»

«Per il vostro sangue.»

Quel “Vostro” ha un che di minaccioso, quasi non si riferisse a quello dei donatori, chiuso nei frigoriferi.

«Quindi, dov’è il trasfusionale?»

Le sue iridi sono scure, quasi nere. Eppure quando era entrato mi erano sembrate verdi. Ha le orbite scavate, il collo proteso in avanti e sembra fiutare l’aria.

«Cosa c’è?» chiedo. Mi alzo, istintivamente faccio due passi indietro e mi ritrovo vicino alla porta dell’ambulatorio di Angela. Dall’altra arte arrivano dei rumori sordi e dei mugugni.

«Torna a sederti!» ordina lui con voce perentoria.

«Angela…» dico. C’è qualcosa che non va.

Stringo la manopola della porta, la giro e mi ritrovo nel triage della mia collega ma, prima di poter capire qualcosa, sono a terra. La faccia schiacciata sul linoleum azzurro, un liquido che mi si appiccica sulle guance e l’intenso odore di sangue.

Gli occhi di Angela sono rivolti verso di me, privi di espressione. L’azzurro delle iridi è sparito sotto le pupille dilatate. Ha lo sguardo dei morti.

Qualcuno mi afferra per il colletto della divisa e mi solleva da terra. Sono privo di peso e i piedi annaspano nell’aria. Guardo il mio aggressore e ritrovo lo sguardo del vecchio. Mi tiene sospeso a venti centimetri da terra, eppure non sembra per nulla affaticato. Dietro di lui, tre uomini sorridono. Uno di questi ha la bocca sporca di sangue, dev’essere lui a essersi ciucciato Angela. Un po’ come avrei voluto fare io, ma in maniera diversa.

Il bastardo sembra aver intuito il mio pensiero. Mi sorride e si passa la lingua sul canino di destra, troppo lungo e appuntito per lasciare dubbi.

«Altro che Leonardo Da Vinci e l’emofilia» bofonchio «voi siete dei cazzo di vampiri!»

Il vecchio sorride. Cosa ci vedranno di così divertente sti qua?

«Una cosa non esclude l’altra. Per esempio, lui è Jim Morrison.»

Il ciuccia-Angela fa un passo in avanti. Indossa dei pantaloni in pelle, è a petto nudo e ha i capelli arruffati. A occhio e croce non avrà nemmeno trent’anni.

«Light my fire» dice oscillando la testa.

«Mi prende per il culo?» chiedo. Sentire la morte così vicina mi rende spavaldo, un po’ come quando arrivavo impreparato agli esami in università e sparavo cazzate.

«Leo, we have recovered our man!»

Un omone corpulento, dal ciuffo prominente e la giacca in strass, irrompe nella stanza. Mi osserva, solleva la mano, me la punta contro come fosse una pistola e strizza l’occhio. Il tutto accompagnato da un movimento pelvico da milioni di fan.

«Hello boy, I’m sorry for your death.» L’avesse detto canticchiando sarei stato l’uomo più felice del mondo, nonostante la situazione poco felice.

«Portalo qui, abbiamo la sua prima cena…» Apprezzerei l’umorismo di Da Vinci, se solo non fossi io il pasto.

Convinto di vivere un reality show piuttosto che un film horror, mi volto verso gli altri due vampiri nella stanza. I dreads e la pseudo sigaretta appoggiata dietro l’orecchio non lasciano dubbi sull’identità del primo. L’altro ha un caschetto biondo, dei grossi occhiali alla Bill Gates del primo giorno e un cappello di paglia in testa.

«Cazzo sei, Nino D’Angelo?» chiedo.

I quattro scoppiano a ridere.

«Te l’ho detto che potevi girare tranquillo in Italia» dice Leonardo, sghignazzando.

«Fuck, Italian idiot!»

Nemmeno la voce mi dice un gran che.

«È quasi un dispiacere doverti uccidere.» Leonardo ha riacquistato i modi pacati di quando si è presentato al triage, ma non mi è per nulla simpatico.

«Allora fatemi unire al “Armata dei Vip”!» Ci provo, magari hanno bisogno di un infermiere più che di un pasto.

L’assenza di risposta mi dà fiducia, ma tanto anche un no l’avrebbe fatto: con Angela ho sperato fino alla sua morte.

«Non mi piace Armata dei Vip, anche se rende l’idea. Noi siamo più una confraternita di artisti strappati alla morte perché troppo grandi per poter lasciare questo mondo. Costretti all’oblio eppure dall’eterna gloria. Reietti del mondo che li acclama…»

«Armata dei Vip mi sembra più immediato, ma anche la tua definizione non è male…»

Elvis rientra in stanza, sorreggendo per le spalle un uomo con la testa reclinata in avanti che non mi permette di vederlo in faccia.

«Per fortuna che siamo in Italia e il Santa Pazienza è cambiato pochissimo in vent’anni. La strada per l’obitorio è sempre la stessa.»

Un nuovo vampiro compare alle loro spalle. Ha un casco di ricci in testa e un foulard a fiori attorno al collo.

«Lucio» sussulto vedendolo.

Lui mi guarda e sorride. Dev’essere bello sapere che la gente si ricorda di te anche dopo la morte. Chissà se sarà così anche per me. Magari qualche collega potrà anche piangere. Di certo la gente sarà più disperata per aver perso le zinne di Angela, ma ci sarà qualche stronzo che consumerà una lacrima per il sottoscritto…

«Lui come sta?» chiede Da Vinci a Battisti.

«Solito. Per ora non parla ed è confuso. Gli serve il sangue per ricominciare a “vivere”.»

«Allora iniziamo la cerimonia.»

Leonardo mi rivolta in aria e mi sbatte di schiena contro il lettino delle visite. Il colpo è talmente forte da mozzarmi il fiato.

«Fratelli, siamo qui riuniti per dare il benvenuto nella su’ nuova forma a un mito che lascia la luce del sole per essere accolto dalla gloria. Da oggi la notte lo proteggerà, il sangue lo nutrirà e a lui sarà donata la vita eterna. Che il sangue di questo umano possa dissetarlo…»

«Posso chiedere una cosa?» interrompo la cerimonia.

Leonardo mi guarda male, poi annuisce. «Spicciati.»

«Ecco, visto che devo morire, posso chiedervi se potete cantarmi una canzone…» Ormai la mia fine è segnata, ma l’idea di poter raccontare nell’aldilà d’aver assistito a un live del genere mi galvanizza.

Da Vinci guarda gli altri, poi inarca un sopracciglio e solleva le spalle.

«Quando Gianni avrà iniziato a nutrirsi…»

Gianni… Torno a guardare l’uomo sorretto da Elvis. I capelli ordinati, le braccia lunghissime e quelle mani enormi: sarò la prima cena di Gianni Morandi vampiro.

Alla fine non avrei potuto spendere meglio la mia vita, renderò eterno l’idolo di mia madre. Quando glielo racconterò in paradiso lei sarà felicissima.

Qualcosa di duro e freddo mi incide la pelle appena sopra la clavicola. Potrebbe essere un bisturi, ma più probabilmente è l’unghia di Leonardo.

«Rinasci a nuova vita!» urla il genio.

In quel momento mi chiedo che fine abbiano fatto le guardie e i pazienti che normalmente rompono le palle tutta notte, ma ormai è tardi. Una fitta, là dove sono stato inciso, mi provoca uno spasmo. I capelli di Morandi iniziano a solleticarmi il naso mentre lui si accanisce sul mio collo. Non provo dolore, i suoi canini devono avermi iniettato una specie di veleno. Tanto che, quando preso dalla foga mi ribalta dal lettino, l’impatto con il pavimento è minimo.

Qualcuno inizia a battere con le dita sulla scrivania, un altro fischietta e nell’aria inizia a diffondersi una melodia. Sono curioso di sapere quale canzone accompagnerà la mia morte.

«Almost heaven, West Virginia, Blue Ridge Mountains, Shenandoah River, Life is old there, older than the trees…»

Porca puttana, dev’essere il Nino D’angelo americano a cantare. Sta canzone non la conosco.

Mentre impreco nella mente, la testa mi cade di lato e mi ritrovo davanti gli occhi vitrei di Angela. Oltre alle tette aveva anche un bel viso.

Raccolgo le ultime forze e provo a sollevare il braccio. È intorpidito ma risponde. Lo faccio strisciare per terra fino a sfiorare la mia collega. Abbasso lo sguardo e sghignazzo, finalmente ce la posso fare. Infilo la mano nella scollatura e frugo sotto il reggiseno. Stringo e quel po’ di sangue nelle vene mi si gela. In mano avrò si e no una seconda e premuto sul dorso uno strato infinito di spugna.

Country roads, take me home
To the place I belong
West Virginia, mountain mama
Take me home, country roads

Il tatuaggio di Soti

1

Cazzo!

La cantina inizia a girare, forma un vortice e prova a risucchiarmi. Le punte dei capelli schizzano in aria, attirate dal centro della spirale.

Eh no, stavolta non me la caverò con quella specie di post sbronza delle altre volte.

Stringo i braccioli come fossi sulle montagne russe. Il dolore alla scapola mi fa impazzire, la vecchia sta usando la sabbia per tatuarmi?

Per fortuna oggi dovrebbe finirlo…

L’odore d’incenso e spezie mi riempie le narici e quella nenia ritmata, che continua a recitare, mi fa venir voglia di strapparmi le orecchie. O di strappare la lingua a lei…

Ho freddo.

La sedia traballa, il vortice è sempre più forte.

Vorrei urlarle di smetterla con quell’ago del cazzo, ma non controllo più la bocca.

Che sta succedendo?

Da lontano proviene un rumore profondo e sincopato: sembrano tamburi.

Mentre la situazione assume contorni sempre più surreali, riesco solo a pensare a nonna che mi ripete di non fidarmi degli sconosciuti. Certo, avrebbe potuto specificare che anche le vecchiette sono pericolose, soprattutto quelle che parlano di esoterismo, di streghe e ti invitano in cantina per un tatuaggio…

I tamburi hanno avuto il pregio di coprire la cantilena, ma ormai vedo solo un vortice di colori.

La sedia si ferma, il vento non soffia più.

Sono leggera.

2

Niko, il manico della padella stretto in mano, sollevò lo sguardo sull’orologio appeso alla parete. Entrambe le lancette nere puntavano il dodici dipinto a mano sul piatto raffigurante due trulli. Sua mamma teneva molto a quel cimelio di Alberobello e, nonostante fosse a ottocento chilometri da lì, sembrava potesse percepirne la presenza. Le rare volte che lui l’aveva sostituito con un più consono skyline londinese, puntuale, era arrivata la chiamata preoccupata di lei.

«E anche stasera si mangia soli…» bofonchiò Niko poggiando la pentola sul fuoco.

Afferrò la bottiglia d’olio, sporcò appena il fondo in metallo e, prima che il liquido diventasse troppo caldo, gettò sopra uno spicchio d’aglio.

Il rumore della chiave che entrava nella toppa richiamò la sua attenzione. Si voltò giusto in tempo per vedere la porta d’ingresso spalancarsi.

La schiena piegata in avanti, lo sguardo al pavimento e i lunghi dread biondi che le coprivano il volto, Soti irruppe in casa.

Niko mollò tutto e corse verso di lei. La raggiunse, le infilò un braccio sotto l’ascella e le cinse il fianco nel momento in cui si abbandonava.

Nonostante fuori ci fossero almeno quaranta gradi, era fredda.

Ringraziò il cielo che, almeno, Soti pesava poco.

La trascinò fino al divano e la fece sedere. Come aveva già fatto troppe volte negli ultimi giorni, le sfilò le scarpe rosse di tessuto.

Niko indietreggiò di mezzo passo e inspirò profondamente: la situazione gli stava sfuggendo di mano, Soti era messa peggio delle altre volte.

Le calze a rete erano strappate all’altezza del ginocchio, ma per fortuna non c’erano tracce di sangue. I pantaloncini di jeans, talmente corti che avrebbe causato uno scandalo della durata di un anno ad Alberobello, erano macchiati sul fianco. Solo il giubbotto in pelle sembrava integro. Lo sfilò e, per la prima volta, si accorse di un tatuaggio sulla scapola che raffigurava un sole.

Le adagiò la testa sul bracciolo, aiutandola a sdraiarsi. Con le dita tese, scostò il pugno di dread che le copriva il volto.

«Hey, Soti» la chiamò con voce tremula.

«Sotiria, sveglia!» riprovò.

Con la mano libera le carezzò la guancia, cercando di trasmetterle un po’ di calore.

Gli occhi della ragazza tremarono e si schiusero mostrando le iridi azzurre immerse in un mare rosso di sangue.

«Brucia…» sussurrò lei, muovendo appena le labbra.

Niko si piegò in avanti per comprendere meglio la voce esile.

«Hai caldo?» le chiese, credendo così di dare un senso ai vestiti bagnati.

«La pentola…» Soti sollevò appena la mano e indicò un punto alle spalle dell’amico.

Niko scattò in piedi, trattenendo un’imprecazione tra i denti serrati, e si voltò. Il piano cottura era scomparso dietro un nuvolone scuro: quella sera avrebbe saltato la cena.

3

Aver visto Niko mi rincuora, anche se non capisco che mi sta succedendo.

Ho come la sensazione di continuare a entrare e uscire dal mio corpo. Quando sento di poter riprendere il controllo, come pochi attimi fa, il freddo mi aggredisce. Ma dura poco, il vortice torna e diventa tutto impalpabile.

L’unica nota positiva è che Niko non mi spedirà in ospedale, le istruzioni che la vecchia mi aveva detto di dargli erano precise.

No Pronto Soccorso.

Niente medici.

Solo riposo.

Ammetto che mi erano sembrate esagerate come indicazioni, ma la vecchia era sempre stata così carina…

In questo momento rimpiango la mia passione per l’occulto, ma cavolo quant’erano belle quelle reliquie.

Come una tossica che fiuta lo spacciatore, quando l’ho incontrata al parco ho notato subito il ciondolo a forma di ragno stilizzato al collo della vecchia e da lì sono partiti fiumi di parole tra noi. Scoprire che anche lei era di Alberobello mi ha fatto abbassare le difese.

Vai a sapere che nel giro di tre giorni mi avrebbe conciata così.

Il freddo torna, sto per rientrare nel mio corpo. Eppure c’è qualcosa di strano, non mi sento… a casa.

Una luce mi abbaglia.

Attorno a me qualcuno parla di vacanze fatte, o da fare.

Non riconosco le voci.

C’è odore di candeggina.

Una mano blu compare dal nulla e intralcia la luce che sembra provenire da una lampada circolare.

Una mascherina mi copre naso e bocca.

«Dottore, partiamo con l’anestesia?» chiede la voce giovane di una ragazza.

«Sì.»

Tutto diventa buio.

4

Soti, sdraiata sul divano, aveva smesso di agitarsi. In un primo momento, Niko aveva avuto l’istinto di portarla in Pronto Soccorso ma si era fermato, sapeva che l’amica non avrebbe apprezzato.

Sbuffò e afferrò il tramezzino che si era preparato: prosciutto, caciocavallo e maionese. Un toccasana per riprendere lo studio notturno.

Spalancò la bocca e pregustò il pasto. Due colpi secchi alla porta d’ingresso lo bloccarono.

«Vediamo chi è arrivata per prima…» Adagiò il panino sul tovagliolo aperto sul tavolo e si alzò.

«Arrivo!»

Attraversò la stanza, fece girare le chiavi nella toppa e aprì.

«Che succede stavolta?» Aminah irruppe in casa. Si guardò attorno e puntò decisa il divano.

«Da quanto sta così?» chiese, poggiando la borsa da medico, che teneva in mano.

Niko guardò l’orologio sul muro.

«Quindici minuti» rispose, impalato sulla porta, mentre l’amica premeva l’indice e il medio sul polso di Soti.

Era felice fosse lei la prima a essere arrivata. Da anni aveva una cotta per Aminah e non gli dispiaceva vederla piombare in casa in piena notte. Aveva sempre sognato il momento in cui, coraggio alla mano, l’avrebbe fissata negli occhi verdi incassati nel viso d’ebano, così duro nei lineamenti eppure altrettanto affascinante, e le avrebbe chiesto di uscire con lui.

Ma non l’aveva mai fatto e, per ora, doveva accontentarsi di quelle visite d’emergenza.

«Spostati!»

Stella urtò Niko con la spalla, lo fece arretrare di qualche passo e irruppe in casa,.

La migliore amica di Soti corse al suo capezzale.

«Come sta?» chiese ad Aminah.

«I parametri sono buoni, però devo sapere cosa si è calata…»

«Nulla!» Stella, con fare drammatico, si ritrasse e portò la mano al petto. Il seno prosperoso, coperto dal vestito a fiorelloni lungo fino alle caviglie, sobbalzò.

«Non ne ho idea, ha giusto fatto in tempo a entrare in casa, poi è svenuta» rispose Niko, chiudendo la porta di casa.

«Ditemi almeno che le avete fatto fare quei prelievi…» disse Aminah scuotendo il capo.

Niko abbassò lo sguardo per sfuggire a quegli occhi che tanto gli piacevano ma che, in quel momento, fiammeggiavano d’ira.

Stella iniziò a giocherellare con la collana.

«Non è difficile. Avete l’impegnativa, dovevate solo portarla a fare quel cavolo di prelievo. Vi chiedo troppo?»

«No» sussurrò Niko, fissandosi la punta delle scarpe.

«A dire il vero, Soti ha detto niente ospedali… e niente medici!» Stella mollò la collana e si mordicchiò il pollice.

«Non sono ancora un medico, mi mancano tre esami.» Aminah lanciò un’occhiataccia all’altra ragazza. «Però una cosa la so anch’io: Soti non può stare qui, dobbiamo portarla in Pronto Soccorso!»

«No!» Questa volta il diniego di Niko arrivò quasi urlato. «Lei non vuole!»

«Perché?»

«Perché non crede alla medicina tradizionale» Si intromise Stella.

«Veramente quella sei tu…» Niko si pentì immediatamente di aver pronunciato quella frase.

Il volto di Stella divenne rosso fuoco, assunse dodici espressioni diverse che andavano dallo sconcerto all’ira, e si stabilizzò sulla modalità stizzita. Sollevò il mento e guardò un punto imprecisato dall’altra parte della stanza.

«Io e Soti siamo grandi amiche, per questo abbiamo idee simili…»

Niko si limitò a scuotere la testa.

«Mettiamo caso che non si tratti di droghe…» riprese a parlare Aminah «potrebbe essere epilessia. Ci sono tante forme che non prevedono crisi tonico cloniche…»

La studentessa di medicina si alzò in piedi si parò davanti a Niko. Era più alta di lui di almeno dieci centimetri. Gli poggiò una mano sulla spalla e si fece ancora un po’ avanti.

«Dammi retta, non è come le altre volte. Non risponde allo stimolo doloroso, dobbiamo portarla in ospedale.»

Niko abbassò nuovamente lo sguardo, indeciso.

«Chiamo il 112?» chiese Aminah.

«Ti ho detto di non farlo» rispose Stella.

5

Esplosioni di luci colorate mi abbagliano.

Fluttuo distante dal mio corpo.

Non sono più in ospedale, attorno a me percepisco altre persone.

Niko e il suo calore quasi fraterno. Aminah e la sua volontà ferrea. Stella e la sua esuberanza.

E poi… c’è qualcosa che non comprendo. Nonostante la presenza dei miei amici non mi sento al sicuro: qualcosa mi sorveglia.

È una presenza ingombrante.

C’era anche quando ero sdraiata in quella sala operatoria, ne sono certa.

Dev’essermi rimasta aggrappata addosso.

Ho di nuovo freddo e la scapola ricomincia a farmi male.

Possibile che io sia morta?

Spero per lei che sia così, altrimenti quella vecchiaccia avrà parecchie cose da spiegarmi…

6

Niko, seduto su uno sgabello nella sala d’attesa del Pronto Soccorso, accanto alla macchinetta degli snack, era impegnato a spolparsi le nocche: Aminah non era ancora tornata.

L’unica nota positive era che Stella, infuriata con loro, cercava di sbollire la rabbia consumando le scarpe a furia di passeggiare nel parcheggio.

Una ragazza, all’incirca della sua età, dormiva rannicchiata su una sedia. Di tanto in tanto un uomo, probabilmente suo padre, arrivava portandosi dietro l’odore di tabacco, le si avvicinava e sistemava la giacca con cui l’aveva coperta.

Con lamenti continui, e fitte sempre più forti, lo stomaco protestava per l’assenza di cibo.

Niko infilò per l’ennesima volta la mano in tasca e rovistò alla ricerca di una moneta che sapeva di non avere. Corrugò la fronte e lanciò un’occhiataccia al cambia monete con il display rosso del “Fuori servizio”.

La porta della zona emergenze si spalancò e uscì Aminah.

Si era infilata il camice bianco che usava per il tirocinio ed era ancora più bella del solito.

La ragazza lo raggiunse.

«Stella non è ancora rientrata?» chiese.

«No, lo sai che è contro gli ospedali…»

«Già…» Aminah si guardava attorno, come se controllasse che non ci fosse nessuno. «Recuperala, ci vediamo all’ingresso dipendenti…» disse, mordicchiandosi il labbro inferiore, e si voltò per allontanarsi.

Niko si sporse in avanti e l’afferrò per il polso.

«Sta bene?» chiese.

Non era abituato a vedere l’amica così nervosa.

Aminah si passò la lingua sulle labbra, inspirò profondamente e lo guardò di tralice.

«C’è qualcosa che non mi torna, per questo ho bisogno di voi…»

7

Cazzo!

Lo sapevo.

Solo io riesco a infilarmi in queste situazioni di merda.

Mi sono fatta abbordare al parco da una vecchia pazza, l’ho ascoltata farneticare di magia, forze oscure, streghe… devo aver detto anche qualcosa tipo: “Anch’io voglio essere una strega”.

Ma come ho fatto ad accettare di farmi tatuare?

Nel suo scantinato poi…

Devo avere la malaria, o qualcosa del genere.

Forse il tetano…

Però devo ammettere che non è male come tatuatrice; nonostante le manine rachitiche e un accenno di parkinson, ieri ho intravisto il disegno incompleto sulla scapola, allo specchio, e mi piaceva.

Peccato solo che ora sia prigioniera in questo nulla.

C’è stato un momento in cui ho creduto di riprendere il possesso del mio corpo. Poi è sparito di nuovo tutto.

Mi sento come se fossi chiusa in una scatola e fuori ci fosse qualcosa di brutto a fare la guardia.

8

Niko conosceva l’ingresso dipendenti dell’ospedale perché ci aveva accompagnato qualche volta Soti. Quando arrivarono davanti alla pota a vetri, Aminah li stava già aspettando.

«Adesso mi dici cosa sta succedendo!» esordì Stella, le mani ai fianchi e la testa che ciondolava.

«Vi spiegherò tutto mentre andiamo…»

«Dove?» chiese Niko, ma le due ragazze erano già entrate. Dovette correre per raggiungerle.

«Ho una buona notizia: tutti gli esami di Soti sono negativi.» disse Aminah accompagnandoli lungo il corridoio che univa il corpo centrale dell’ospedale al Pronto Soccorso.

«Te l’ho detto che non serviva portarla qui…» Stella gonfiò il petto in segno di vittoria.

«Già, inizio a crederlo anch’io…»

Niko quasi trasalì sentendo Aminah dare ragione all’amica.

«Fatto sta che c’è qualcosa che non mi torna. Tramite un amico ho letto la cartella di Soti e non riesco a capire perché l’abbiano portata in sala operatoria.»

Niko andò a sbattere contro Stella, che si era bloccata di colpo.

«Cosa vuol dire sala operatoria?»

«Vogliono operarla, ma non riesco a capire il motivo. Ho chiesto al mio amico ma non ha saputo spiegarmelo.»

«Chi la deve operare? Chiedi a lui…» a Niko sembrava una soluzione così semplice.

«Avrei voluto farlo, ma non sapete quanto è stronzo il chirurgo. Lo odiano tutti e si dileguano quando avvistano il suo ciuffo rosso nei corridoi. Non c’è modo di chiedergli un favore.»

«Quindi, che facciamo?» Stella sembrò destarsi e ricominciò ad agitare la mano davanti al viso.

«L’unica cosa in nostro potere: Niko, suo fratello, chiederà un colloquio!»

«Ma…» provò a protestare lui.

«Non ti preoccupare, ho il foglio firmato dalla guardia che ha verificato la tua identità…» Aminah abbozzò un sorriso. «Non so perché, ma in ospedale mi adorano tutti.»

Il cinguettio di Aminah colpì Niko al cuore, dilaniandolo.

9

Sento il mio corpo vicino.

Sono ancora viva, ma non riesco a muovermi.

Devo essere in coma.

Qui da qualche parte dovrebbe esserci il tunnel da seguire…

O forse non andava seguito?

Poco male, tanto sono ferma in questo non mondo, che mi flesha luci in faccia nemmeno fossimo a un rave.

«Chi sei?»

O porca puttana, e adesso da dove arriva ‘sta voce?

«Sento che ti stai formando, è stata una fortuna incontrarti mentre sei in incubazione…»

Okay. Senti, Vocina nella testa, io non ho la più pallida idea di dove mi trovi, ma tirami subito fuori di qui!

«Certo che lo farò, ma non credo ti piacerà…»

Ci mancava solo la vocina stridula che mi minaccia…

10

«Chi è?» una voce maschile gracchiò dal citofono della sala operatoria.

Niko inspirò profondamente e fissò le due amiche, che annuirono.

«Sono il fratello di Sotiria Giannasso…»

I pochi secondi di silenzio che seguirono furono i più lunghi della vita di Niko.

«Cosa vuole?»

«Come cosa vuole? Apra la porta o la sfondo!» Stella era paonazza in volto e aveva gli occhi fuori dalle orbite.

«Non c’è bisogno di alterarsi. Arrivo…»

Un rumore secco chiuse la comunicazione.

«Ma vedi un po’ ‘sto qua…» Stella sferrò un pugno all’aria. «Fanno di quelle domande che ti vien voglia di…»

«Ti pregherei di non pestare nessuno. Io vorrei laurearmi…» Aminah fece spallucce e si nascose dietro Niko per evitare la reazione dell’amica che lo fulminò con lo sguardo.

«Dille che Soti è più importante della sua laurea…»

Il ragazzo annuì, spaventato.

11

Vocina nella testa, che fine hai fatto?

Niente da fare, anche la follia mi sta abbandonando e ancora non vedo nessun tunnel.

Però posso sentire le mie mani. È più un ricordo che il vero tatto, ma ci sono quasi.

La scapola inizia a bruciarmi: maledetto tatuaggio!

12

La porta della sala operatoria si aprì e uscì un uomo in camice blu.

«Che volete?» chiese, in maniera brusca.

Una gomitata sul costato risvegliò Niko, che stava cercando il ciuffo rosso del chirurgo sotto la cuffia colorata.

«Vorremmo delle informazioni su mia sorella» si affrettò a dire.

Niko, perché sento la tua voce?

«È tuo fratello?»

No, è il mio migliore amico.

Il chirurgo lo squadrò.

«Non sei suo fratello, non posso darti informazioni. Tornate quando ci sarà un parente, vero…»

Niko, aiuto!

L’uomo si voltò e fece per chiudere la porta, ma Stella fu lesta a bloccarla con il piede.

«Non ce ne andremo finché non avremo notizie…»

Stella, ci sei anche tu…

Aiutami, ti prego…

«Niko, Stella, fatemi fare il mio lavoro!»

Sentendo il proprio nome pronunciato da quello sconosciuto, Niko fece un passo indietro.

«E tu, vuoi veramente giocarti il tuo futuro per questi?»

Aminah poggiò la mano sulla spalla dei due amici, li scostò e superò la porta. Si guardò attorno e sorrise.

«Noi non ce ne andremo finché non ci dirà cosa sta succedendo. Perché non c’è nessuno con lei, opera solo?»

Aminah…

Il chirurgo si spostò e li fece entrare.

«Vi dirò tutto,

Poveri illusi!»

No, fermo!

Cos’è questa forza che sento?

È il mastino di prima ma è molto più potente.

Niko, Aminah, Stella: scappate, siete in pericolo.

«Cosa sta succedendo a Soti?» Stella avanzò minacciosa verso il chirurgo che, per nulla intimorito, si voltò dandole le spalle.

«Venite. Ho detto che vi avrei raccontato tutto. Farò di più: ve lo mostrerò…»

Attraversarono insieme una porta blu, spessa diversi centimetri, e si ritrovarono nella sala operatoria.

Soti era sdraiata, nuda, su un lettino al centro di un pentacolo tracciato col gesso sul pavimento.

«Cosa cavolo…» le parole di Niko uscirono accompagnate da nuvole di condensa.

Alcuni neon esplosero.

Niko afferrò Stella e la trasse a sé, allontanandola dall’uomo. Al suo fianco, Aminah si acquattò a terra con le mani a protezione sulla testa.

Lasciali stare!

«Goditi lo spettacolo. Non puoi vederlo ma le urla ti dovrebbero bastare…»

Gli ultimi neon scoppiarono e una folata di vento investì Niko.

I piedi si staccarono dal pavimento e volò contro la parete alle sue spalle.

L’impatto gli mozzò il fiato. La vista si appannò e sentì l’urlo straziante di Stella.

Lasciali stare, bastardo!

Bastaaa!!!

13

Sono in piedi sul lettino di una sala operatoria. Niko e Aminah a terra, Stella sospesa a mezz’aria.

«Ti ho detto di lasciarli stare!» urlo.

Salto verso l’uomo con il camice blu e la cuffietta colorata. O forse volo, non lo so. Perché sono ancora leggera, ma stavolta un corpo ce l’ho.

L’uomo si volta e spalanca la bocca. Avrà almeno un centinaio di denti disposti su più file. La pelle incartapecorita e gli occhi gialli.

Dovrei essere spaventata, ma sono troppo incazzata per rendermene conto.

E poi mi sento forte.

Lui si scaglia verso di me, le mani protese in avanti.

È lento.

Scanso di lato, lo afferro per il polso e lo strattono.

Però non lascio la presa.

Sollevo la gamba, poggio il piede sotto la sua ascella e tiro il braccio verso di me: mi rimane in mano persino la spalla.

Il resto dell’uomo cade a terra.

Stavolta è lui a urlare.

«Ti fa male?» chiedo.

Lui non risponde e riparte all’attacco.

Probabilmente la colpa è dello stress accumulato. Un’idea malsana mi attraversa la mente ed è subito in atto: colpisco il mio avversario brandendo il suo braccio.

Prima al ginocchio e lo faccio cadere a terra.

Poi in volto.

Una, due, tre volte.

E ancora.

E ancora.

Finché mi accorgo che è rimasto un corpo inerte senza testa.

Mi fermo, lascio cadere il braccio sulla carcassa e mi giro verso i miei amici.

Hanno strane espressioni dipinte in volto. Tra lo spaventato e il terrorizzato.

«Soti, stai bene?» la voce di Aminah trema impercettibilmente. Mi viene incontro, ha un lenzuolo in mano con cui mi copre.

Stella ci raggiunge, mi abbraccia e rifila un calcio al cadavere.

«Bastardo!» sibila mentre quello si scioglie lasciando una poltiglia appiccicaticcia a terra.

Niko è ancora immobile, gli occhi sgranati e la mascella spalancata.

«Hai intenzione di startene lì impalato tutta la notte?» lo stuzzica Aminah.

Lui scuote il capo e fa spallucce.

«Io vorrei cenare» piagnucola.

Scoppio a ridere e annuisco.

«Però prima mi accompagnate in un posto…»

14

«Sai che potevamo morire?» chiedo.

La vecchia è seduta sul divano con gli occhi impastati dal sonno.

Non potevo aspettare che fosse mattina.

«Avevo detto: niente ospedale. Sapevo che quel coso si stava nutrendo dell’energia dei pazienti.»

«Colpa mia…» Aminah solleva la mano.

Le sorrido. «Non importa di chi è la colpa. Sta di fatto che mi hai fatto qualcosa senza avvisarmi…»

«Te l’ho detto più volte che ero una strega e che saresti stata la mia pensione.»

«Credevo fossi solo una pazza.»

«Beh, non è così. Ora tu hai i miei poteri…»

«E che devo fare?»

«Quello che faccio io da sempre: sorvegli.» La vecchia afferra una piccola confezione di latta e la scoperchia. «Biscotti?» chiede.

«Sì!» Niko si fionda sulla preda come un felino.

«Ma se non so fare nulla.»

«Imparerai.»

«E come?»

«Con quelli…» L’anziana si gira e indica una pila di libri che non avevo notato.

«E tu non mi aiu…» non faccio in tempo a finire la frase. La vecchia svanisce sotto i miei occhi.

Mi alzo e raggiungo il divano, al suo posto è rimasto un depliant di Honolulu.

«E ora?» chiedo voltandomi verso i miei amici.

«Io andrei a mangiare» dice Niko.

«Passo» risponde Aminah, andando verso l’uscita «Domani sono in ospedale.»

«Io ci sto!» Stella sorride.

«Andiamo.» Mi alzo, guardo la pila di libri e sbuffo. «Però torniamo presto, mi attendono sessioni di studio straordinarie!»

Giuro di essere fedele alla Repubblica…

Giorgio si strinse nelle spalle, nascose la valigetta sotto il paltò e si infilò tra i giornalisti fermi davanti al Quirinale.

«A ‘stoggiro lo fanno il governo.»

«Lo dizi da agosto.»

«Silenzio, stanno aprendo il portone, magari esce qualcuno…»

Giorgio schivò due cameraman, scavalcò una transenna e ricadde di faccia sul piazzale a pochi passi da “Spelacchio trentaseiesimo”. Una pallina rossa si sganciò dallo scheletro di un ramo e gli cadde sulla testa. Continua la lettura di Giuro di essere fedele alla Repubblica…

La vita è condividere

Mi blocco, sollevo le mani e osservo i palmi: tremano.
«Non ora, Silvia!» mi rimprovero.
Inspiro e cammino decisa verso lo specchio grande. Mi guardo e soffio via una ciocca di capelli rosa da davanti alla fronte. La canottiera è troppo stretta e i pantaloncini troppo corti, ma con Marco sono al terzo appuntamento, non posso presentarmi per l’ennesima volta vestita come Katniss di Hunger Games; è arrivato il momento di Alice di Resident Evil.
Faccio l’occhiolino e mi vedo bella, molto più di quelle stronzette della mia scuola. «Sarò pure l’unica vergine di quella classe di puttanelle, ma vale la pena aspettarmi.» Mi strizzo le tette e mi vergogno. Non riesco ad essere come loro nemmeno se mi impegno.
Espiro e recupero la giacca, meglio coprirsi mentre esco. Apro leggermente la porta della cameretta e resto in attesa, non sembra esserci nessuno in sala. Continua la lettura di La vita è condividere